25 marzo 2010
«Rai Per Una Notte» per me

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Nel 2010 mi ero appena laureata per la seconda volta in Scienze Politiche. In quel periodo i tizi del Popolo Viola (chi se li ricorda?) organizzavano credo settimanalmente delle letture di piazza alle quali partecipavo sbadatamente, più che per adesione personale al movimento perchè avevo sempre con me una videocamera e l’ambizione di riuscire a documentare tutto ciò che mi si muoveva intorno.

Un pomeriggio di quasi primavera mi ritrovai per caso in piazza XX Settembre, a Bologna, dove i Viola avevano allestito l’ennesimo palchetto, così mi fermai a fare le solite riprese, non fosse che ad un certo punto comparve Sandro Ruotolo. Si trovava lì per lanciare “Rai Per Una Notte“, una serata per la libertà di stampa – organizzata dalla squadra di Michele Santoro – che sarebbe andata in onda sul web dal Paladozza.

Ruotolo chiedeva l’aiuto dei presenti e io lo presi in parola. Da neolaurata con le idee poco chiare sul futuro e molto tempo libero, produssi a nome di un collettivo che si chiamava Alice Boum una serie di spot a sostegno della manifestazione raggiungendo 100 mila persone in tre giorni (altri tempi, altri numeri). Sono sempre stata più partitista che movimentista, ma quel progetto – quello di battersi contro le interferenze della politica sulla libertà di espressione – mi coinvolgeva molto. Mi faceva sentire straordinariamente viva e presente a me stessa.

Da qui l’idea di documentare la serata da una prospettiva opposta rispetto a quella che sarebbe andata in onda: mentre tutte le videocamere erano puntate sul palco, pensai di rivolgere la mia verso il pubblico. Senza un motivo in particolare, penso più che altro per istinto. Perchè sentivo di stare completamente immersa dentro la Storia, o almeno una storia, e non volevo in nessun modo dimenticarmi di esserci stata o perdere dei pezzi lungo la strada, o lasciare indietro qualcuno. Volevo assolutamente sapere cosa pensassero le persone che avrebbero riempito il Palazzetto dello Sport, dargli voce in un momento storico in cui la nostra democrazia sembrava molto fragile.
In quel momento questo lavoro non aveva alcun valore mediatico ma io ero sicura che da una giusta distanza, un giusto tempo, rivederci e riascoltarci sarebbe stato utile.

Nel marzo del 2010 solo non ero una giornalista ma non avevo la minima idea di come si potesse fare a diventarlo. Eppure, a distanza di anni, posso dire di non aver mai più fatto il mio lavoro tanto bene come in quella settimana.
A distanza di anni mi sono infatti resa conto di avere un archivio video ricchissimo che si interrompe proprio quando inizierò a lavorare per il mio primo giornale, l’anno seguente.
Nonostante gli editori ripetano dall’epoca che internet è il futuro, che le versioni digitali dei quotidiani hanno uguale dignità rispetto alle cartacee e che bisogna investire sul web, chi come me già nel 2010 aveva buone competenze, esperienza e capacità sul multimediale non veniva messo nella condizione di produrre contenuti di qualità perchè costavano troppo. Mentre oggi vengono sottopagati e se alla paga da fame sommi il fatto che lavorando da precario devi sostenere a tue spese anche l’acquisto di una strumentazione molto costosa, il gioco non vale la candela.
Posso però sempre seguire un corso obbligatorio sponsorizzato dall’Ordine dei Giornalisti per il montaggio video, a 600 euro più iva. Cioè continuare ad investire autonomamente sulla mia formazione mentre i ricchi editori italiani si fanno pagare dallo Stato la macelleria sociale.

Questa è una grande, terribile, contraddizione, come tante ce ne sono nel mondo della stampa italiana. Io non posso risolverle e infatti vivo questo mestiere ormai ai margini, ma posso almeno tentare di sollevare un dibattito pubblico e affrontare miei personali fallimenti.
Quando ho scelto di diventare una giornalista l’ho fatto perchè tutte le persone che avevo intervistato quella sera credevano nel giornalismo come presidio imprescindibile di democrazia e chiedevano serietà, lealtà, professionalità ai giornalisti o a chiunque – quella era l’epoca in cui anche i cittadini comuni iniziavano a fare “informazione” – intendesse raccontare “la realtà”, ciò che vedeva.
Un mio grande rammarico è non essermi resa conto che l’editoria italiana aveva invece imboccato una strada diametralmente opposta a quella che mi era stata suggerita dai lettori: oggi, senza dubbio, potrei vivere del mio lavoro se allora avessi proseguito a giocare alla giornalista, invece di diventarlo a costo di grandi sacrifici. Se avessi coltivato una mia personalissima base di pubblico, invece di consumare la suola delle scarpe partecipando ad un progetto collettivo per il bene comune.

A parte i giri imprevedibili del mio destino lavorativo, comunque per me questo documentario è una boccata di aria fresca – nonostante la quarantena alla quale, come tutti, sono costretta. Perchè anche oggi, ancora oggi, la piazza continua a considerare il ruolo sociale del giornalismo come imprescindibile e a chiedere professionalità alla stampa italiana. Chiede addirittura la reintroduzione del finanziamento pubblico all’editoria. Che sia una battaglia persa in partenza, poco importa: sono anni che la politica ci ripete, mi ripete, che il taglio dei contributi risponde ad una precisa esigenza e presa di posizione dei cittadini.

Che liberazione poter finalmente dire, dopo averlo documentato, che questa narrazione, utilizzata strumentalmente dal potere politico per indebolire la libertà di stampa nel nostro Paese, è palesemente falsa!

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