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Anna, la serie di Niccolò Ammaniti

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Dal 23 aprile è disponibile su Sky e Now Tv, la serie di 6 episodi scritta e diretta dall’autore di “Io non ho paura”

C’è un’epidemia di uno strano virus che le persone chiamano «La Rossa» e che colpisce solo gli adulti. Il risultato è un mondo in rovina fatto di soli bambini che però hanno assorbito dai grandi atteggiamenti, modi e colpe. E’ un mondo privo di stupore, per niente innocente, è il mondo dei vecchi vissuto da figli incapaci della loro età, se la sono dovuta mangiare per sopravvivere. 

I bambini ascoltano la musica di un tempo sfasato, si nutrono di cibo avariato, allevano con una familiarità inattesa il concetto di fine. La vicinanza alla morte è fisica, non si contano le scene in cui i vivi toccano corpi inermi, stravolti, passati, scaduti, con le loro mani minuscole. Li cercano, ci si aggrapano, se li annettono, li ascoltano nel loro ultimo fiato, con una spontaneità culturalmente sconvolgente eppure liberatoria. Le circostanze assolvono qualsiasi peccato.
Proprio attraverso questa imminenza con l’eterno, Ammaniti compie l’esorcismo più potente di tutti, per i tempi che stiamo vivendo. Segnati dalla mancata sepoltura dei nostri cari in questi mesi, dalle morti che non si sono rivelate completamente, ripiegate dentro i camion militari che hanno invaso le nostre case realizzando il più grande lutto collettivo mai vissuto da quasi tutti. 

Le scene più potenti sono quelle che testimoniano sproporzioni di ogni tipo, un mondo prepandemico esagerato, che deborda, incontenibile, ma alla fine dei conti, quando non resta più niente da contare, inservibile. Gli scaloni enormi di un palazzo antico e fatiscente ricoperti di vestiti colorati, camere che traboccano di giocattoli e pupazzi, scaffali gonfi di alimenti. Oggetti che non servono e non sono mai serviti in quella misura a nessuno, sussurrano che l’accumulo sconsiderato è un esercizio al quale disabituarsi in tempi non sospetti per non ritrovarsi improvvisamente impreparati all’essenza delle cose. Che si nutre si mancanze. E infatti il vuoto diventa molto in fretta protagonista assoluto: c’è un po’ ovunque assenza di pietà umana, di appartenenza e di vite, oltre che di vita. 

Ciononostante questi bambini si raggruppano in branchi nel tentativo di difendersi dalla carcassa di un mondo che ormai è andato. L’unico antidoto alla paura, anche quando ormai sembra che non rimanga più niente da temere, è sentirsi parte di qualcosa. Ma per potersi riconoscere come simili, o per mascherare ciò che ti rende diverso, chi è sopravvissuto ha bisogno di colorarsi il volto dello stesso colore degli altri, in modo da non lasciare scampo a nessuna ulteriore incertezza, oltre all’incertezza dell’esistenza che incombe per tutto il racconto. 
In questo quadro si inserisce l’esigenza di un rito comune, del sacrificio del più diverso di tutti, per tutti gli altri. Perchè se non ci può essere salvezza occorre ripiegare almeno su un salvatore.

Fa molto riflettere che in ANNA non ci sia traccia di contagio. Gli appestati non sono un pericolo per gli altri, l’unica fonte di infezione è il tempo. La Rossa è un incidente anagrafico, ci si ammala appena si diventa grandi. Cioè appena si sfiora la capacità di rigenerarsi e rinnovarsi. Sembra elemento di poco conto, questo difetto di contaminazione, per noi che da 14 mesi facciamo i conti con protocolli di sicurezza, ma se si guarda all’ultimo anno da questa prospettiva il 2020 smette di essere qualcosa di estraneo, o ambiguo, e ridiventa il passaggio obbligato per quella evoluzione sociale che avevamo immaginato durante il primo lockdown. Un corso naturale, prima che traumatico.

ANNA è un film lungo più che una serie televisiva. La narrativa è pressochè ininterrotta, gli episodi non sono segmenti autonomi ma un fiume in piena. Ammaniti si conferma particolarmente a suo agio nel raccontare agli adulti l’infanzia e torna a giocare in qualche modo in casa, in Sicilia, che forse in quanto isola meglio di altri luoghi si presta a ospitare storie surreali, di un altro mondo, attiguo ma staccato. 

La domanda che per tutta la visione mi sono posta è come diavolo Ammaniti sia stato in grado di presagire uno scenario così apocalittico nel 2015 (la serie è tratta dall’omonimo romanzo uscito in libreria cinque anni prima dell’avvento del Covid-19). L’immaginazione ha sempre bisogno di un appiglio, nell’immaginazione non c’è dissociazione dalla realtà ma una sua espansione. In questo caso invece è stata la realtà ad essersi intromessa nella finzione, facendola per molti versi arretrare: le riprese di ANNA, infatti, sono state interrotte a causa della crisi sanitaria nella quale siamo piombati a marzo in maniera totalmente inaspettata e quando la produzione è tornata sul set si è trovata di fronte al fatto che i bambini erano cresciuti, molti avevano iniziato la permuta dentale. Perciò, ha raccontato Ammaniti in diverse interviste, sono dovuti intervenire diversi odontoiatri per armonizzare i sorrisi dei protagonisti della serie. Un film dentro il film.

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