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Casa Formigli
e i picchiatori di sinistra

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La narrazione dominante assegna ad un preciso campo politico, quello della Lega di Matteo Salvini, il primato assoluto della violenza verbale sui social. Contro il linguaggio della cosiddetta Bestia, la macchina comunicativa leghista, nelle ultime settimane sono scese in piazza centinaia di migliaia di persone. Tutte, presumibilmente, di sinistra.
Eppure quella dei picchiatori digitali non è una pratica esclusivamente di destra. Solo per parlare delle ultime ore, una massa di renziani – fino a ieri elettori Pd – ha per esempio preso di mira Corrado Formigli, il giornalista di La7, pubblicando più che le foto della sua casa, alcuni dettagli sui suoi sistemi di sicurezza che denotano un chiaro intento intimidatorio. Ma il caso Formigli non è un incidente isolato, dietro c’è del metodo che capovolge completamente il racconto di questi anni: andando indietro nel tempo potremmo addirittura arrivare a scoprire che a sdoganare per primi l’imbarabarimento della comunicazione politica siamo stati “noi”.

Noi e loro

Da circa due anni a questa parte la Lega si è dotata di una strategia di comunicazione molto aggressiva che getta in pasto al proprio popolo social il nemico di turno. Immigrati, la sinistra, Roberto Saviano. E ancora immigrati.
Da mesi ormai si imputa esclusivamente a Matteo Salvini e soci  la deriva lessicale che accompagna le discussioni digitali di natura politica, tanto che tutto ciò che si muove a sinistra nel campo della comunicazione nasce in risposta ai ruggiti leghisti: da Lorenzo Tosa alle 6000 Sardine, occorre imporre alla politica e al dibattito pubblico un nuovo dizionario fatto di amore e bellezza. In alternativa all’odio e alla violenza.
In qualche modo sono due facce di una stessa medaglia: qualsiasi sia la prospettiva dalla quale si guardi, ci siamo noi oppure ci sono loro, si annulla il perimetro nel quale si possa discutere civilmente noi e gli altri.
Questa polarizzazione – fortemente incoraggiata dai media – ha l’effetto di rimuovere dalla coscienza collettiva il mondo di mezzo, quello di chi vota Partito Democratico ma usa toni fascisti, oppure quello di chi vota Lega ma è in grado di esprimere un pensiero compiuto privo di volgarismi. Ma anche quello in cui la Bestia annulla tutte le bestie precedenti, in una linea del tempo sempre più appiattita sul presente. 

Ad esempio, dalle inchieste che indagano automatismi e dizionario della comunicazione leghista viene totalmente rimossa qualsiasi prospettiva: è un racconto dell’anno zero, sembra sempre che la strategia utilizzata dallo staff salviniano sia nata per caso, in una notte.
Eppure i veri sdoganatori della propaganda politica vomitata in internet sono i Cinque Stelle (d’altra parte la parola d’ordine degli esordi fu il Vaffanculo). O almeno questo è il racconto che una certa sinistra ha inciso a caratteri cubitali nell’immaginario collettivo, per assolvere e poi giustificare sé stessa.

“Li asfaltiamo”

Alcuni anni fa ho gestito, assieme ad altre persone, una pagina Facebook intitolata a Maria Novella Oppo, una giornalista che teneva una rubrica quotidiana su L’Unità, che si chiamava Fronte del Video. La sua rubrica, come suggerisce il nome, si occupava del rapporto tra politica e tv, un rapporto che il Movimento Cinque Stelle avrebbe voluto scardinare, dopo un buon ventennio berlusconiano nel quale la televisione si era trasformata nel più grande circo politico di sempre. Quella di Oppo era una rubrica satirica e obiettivamente si può ammettere senza paura di sbagliare, che in quegli anni prendesse spesso di mira i Cinque Stelle, che avevano rinunciato a cambiare le regole di quel rapporto senz’altro malsano, spegnendo semplicemente la tv. Ad un certo punto, nel dicembre del 2013, Beppe Grillo inventò questa specie di gioco fascistoide del “giornalista del giorno” e Maria Novella Oppo divenne il contenitore nel quale per giorni venne scaricata la peggiore merda. Un collettivo modenese raccolse in un video quarantasette minuti di insulti, recitati da un gruppo di giornalisti. 

Ma se è vero che in quel momento la stampa nazionale riconosceva nei Cinque Stelle i peggiori picchiatori del web, è vero anche che la reazione della sinistra ai loro attacchi fu alquanto timida. Timida non perché indecisa o impacciata ma per scelta. In quel periodo infatti Matteo Renzi era intento ad asfaltare con gli stessi mezzi squadristi dei Cinque Stelle i suoi avversari, sia esterni che – soprattutto – interni. Parecchio tempo prima della «soluzione» grillina – utilizzata per mettere alla gogna singoli giornalisti non graditi – intorno a marzo, sempre del 2013, dalle colonne di Dagospia venne pubblicato un documento sulle spese del PD, allora guidato da Pier Luigi Bersani. L’azione di dossideraggio, rivendicata apertamente dai rottamatori del partito, ebbe il principale effetto di far finire Chiara Geloni, all’epoca direttrice di YouDem, nella bocca del leone. Data in pasto all’opinione pubblica per gli ormai famosi 6mila euro netti di stipendio come si trattasse di una cifra scandalosa, in realtà in linea con gli stipendi di tutti gli altri direttori di testata. 

A ben vedere dunque, minimizzare sull’offensiva scagliata oggi da Renzi e dai suoi elettori contro Formigli è sbagliato anche perché non si tratta di un caso ma di un metodo. Gli esempi, a volerli analizzare, si sprecano: cito Enzo Puro – renzianissimo, già bersaniano – che da anni ormai fa il picchiatore di professione su Facebook, ma anche il Fabrizio Rondolino dell’epoca renzista d’oro che nel 2015 si domandava, via Twitter, perché la polizia non riempisse di botte i docenti che erano scesi in piazza (oggi, per la cronaca, su più miti posizioni correttamente dichiara: «se un giornalista mostra la casa di un politico, fa il suo dovere di informatore. Se invece è un politico a mostrare la casa di un giornalista, si chiama squadrismo»).

Se l’obbiettivo primario della propaganda di Salvini è comunemente considerato l’immigrato, quello di Matteo Renzi allora è la stampa: d’altro canto nel suo personale dizionario delle atrocità compare anche il concetto di disintermediazione che sancisce, prima che a farlo sia chiunque altro, il sorpasso definitivo della comunicazione sull’informazione. E cioè della spazzatura e delle folle vomitanti sul dibattito e i fatti.
Senza contare, ovviamente, quel termine – rottamazione – che già diversi anni prima Renzi aveva preso in prestito dal settore automobilistico per riferirsi a persone in carne e ossa, per giunta del suo stesso partito.

Casa Formigli

Per tornare al presente, ieri un gruppo di sostenitori renziani – passati a Italia Viva – ha pubblicato una foto della casa di Corrado Formigli e descritto minuziosamente le caratteristiche dell’alloggio nel quale il conduttore vive. Chi minimizza non ha sicuramente letto il contenuto del post ma si è fatto l’idea che siano state genericamente pubblicate alcune foto dell’abitazione.
Si indicano invece la zona e in sostanza l’indirizzo esatto (citando la contiguità con una importante ambasciata) e particolari dell’arredamento (una scala «tutta in legno laccato», «un triplo salone di forma esagonale», il terrazzo «corredato di gazebo con vite rampicante», «marmi di Carrara ovunque nei bagni», «il frigo americano a doppia porta»). Ma l’aspetto più inquietante è che nel post si fa riferimento per due volte ai servizi di sicurezza: il villino, si legge, «é iper sicuro per i controlli» (vista la vicinanza all’ambasciata), e ha «un portone principale blindato con allarme di ultima generazione».

Se si cerca a risalire alla pubblicazione originale, poi immessa nel ventilatore social, si risale al profilo di un certo Enzo Martini. L’unica foto appartiene a Vasco Rossi, l’unica informazione disponibile racconta che si tratta di un tifoso dell’Inter. 304 follower, nessun amico visibile. Utilizza Facebook esclusivamente per fare propaganda politica, nessun contenuto «personale». Tra le città nelle quali ha vissuto compaiono Napoli, Modena e Piacenza, ma a quanto pare conosce molto bene anche Roma e casa Formigli. Ho provato a contattarlo – per ora senza successo – ma direi che se non è un profilo completamente fasullo, poco ci manca. 
In tutti i casi, è palese che l’autore o il mandante del post abbiano frequentato in qualche modo, personalmente o meno, la casa della quale tanto dettagliatamente si parla, e che non si tratti quindi dell’iniziativa spontanea e fuori controllo di un comune cittadino. Così come è lampante che le informazioni che riguardano i sistemi di allarme, citate qua e là, tra un marmo di Carrara e una vite rampicante, non siano accidentali ma abbiano una forte connotazione intimidatoria. Pare infatti che siano partite delle denunce penali.

Ebbene, da questo punto di vista, io ritengo che questo attacco non abbia paragoni con nessun attacco compiuto in passato né dagli account vicini al Movimento Cinque Stelle, né da quelli vicini alla Lega di Salvini. L’attacco a Formigli è così personale e talmente intimo che supera per violenza qualsiasi altra aggressione squadrista alla quale io abbia assistito negli ultimi anni.
Crolla così, o almeno dovrebbe crollare, la costruzione artificiale che vede nella sinistra la parte buona della comunicazione politica ai tempi dei social. Che da due mesi Matteo Renzi abbia fondato il suo nuovo partito, nulla cambia. Fino ad avantieri era alla guida del più grande partito della sinistra italiana e quelli che hanno diffuso il dossier su Formigli fino a ieri votavano Pd – e potrebbero continuare a farlo se IV rimane ferma al palo del 5%.

In tutto questo è impossibile non pensare al Movimento delle Sardine: apartitico e ufficialmente nato per far cambiare linguaggio politico alla politica tutta, si svela esclusivamente anti-salviniano in queste ore. Se l’imbarbarimento del linguaggio politico rappresentasse davvero il principale comune denominatore, immagino che di fronte all’aggressione nei confronti di Formigli, i portavoce avrebbero preso voce. Invece questa notizia non è stata nemmeno vagamente commentata. 

E questo è il vero problema: la supposta superiorità morale della sinistra italiana che non è in grado quasi mai di fare i conti con le proprie bruttezze e quindi di evolversi.

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