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Fare impresa in carcere

Bologna | Tredici detenuti assunti come operai, altrettanti pensionati che si reinventano tutor. Si lavora in una palestra della prigione trasformata in officina. Un esperimento unico in Italia

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La Sardegna contro le servitù militari

Un grosso boato, le finestre tremano e i bicchieri nella credenza tintinnano. Sulla spiaggia una specie di onda d’urto fa venire la pelle d’oca al mare in piatta mentre i granelli di sabbia fanno tutti un passo indietro e rimangono sull’attenti. Una bomba in tempo di pace? Sì, ma solo per finta. Sono le esercitazioni dei militari che infrangono il muro del suono con i loro caccia oppure sganciano ordigni inerti sulla Sardegna. Ma, come in quel famoso film del 1983, anche i War Games sardi non sono del tutto innocui e rischiano di tramutarsi in tragedia (bene che vada si legga alla voce disastro ambientale), così sull’isola si fa sempre più strada la certezza che l’unico modo per vincere questa guerra sia non giocarla.

Quella della Sardegna è una lunga storia di lotte di emancipazione nei confronti dei “barones” di tutte le epoche. L’ultima, che cova sotto la cenere da almeno vent’anni, è quella che in queste settimane viene intrapresa con nuova forza contro la “tirannia” delle servitù militari che solo nell’ultimo mese hanno mandato in fumo 30 ettari di terreno. Lo scorso 4 settembre, infatti, l’esplosione di una bomba all’interno del poligono militare di Capo Frasca, sulla costa occidentale, ha scatenato le fiamme, distruggendo decine di metri quadri di macchia mediterranea di grande pregio (e per il quale la Regione addebiterà 20 mila euro al ministero della Difesa, pari ai costi sostenuti per domare il rogo).

Ma si tratta solo dell’ultima scintilla, dal 1994 ad oggi, infatti, non c’è stato anno in cui dalle basi sarde, che costituiscono quasi il 70% delle servitù militari presenti sull’intero territorio nazionale, non sia divampato un incendio. I costi ambientali iniziano insomma a risultare immani e ciò che è peggio è che secondo il fronte “No Servitù” la situazione non potrà che peggiorare visto che poche settimane fa, nell’ambito dell’approvazione del decreto Competitività, le soglie di inquinamento nelle aree dei poligoni sono state innalzate ed equiparate a quelle predisposte per le comuni aree industriali.

Nonostante il testo originario sia stato mitigato in sede di approvazione alla Camera, grazie a un emendamento che introduce una differenziazione delle soglie consentite a seconda dell’utilizzo effettivo delle aree militari, si respira forte tensione sull’isola tanto che alcuni sindaci, finora inascoltati, dell’oristanese hanno pronto un ricorso all’Unione Europea per denunciare la presenza delle basi con il loro alto carico di inquinamento. In particolare si tratta dei primi cittadini dei comuni che si affacciano sul Lago Omodeo dove, in area di interesse comunitario, sorge un poligono di tiro gestito dal Centro addestramento interforze che avrebbe dovuto essere temporaneo ma che, a forza di ordinanze prefettizie, si teme stia diventando «surrettiziamente servitù permanente». Umberto Cocco, sindaco del Comune di Sedilo, spiega che le ordinanze del Prefetto di Oristano si limitano a comunicare lo svolgimento delle esercitazioni militari «senza specificare cosa esattamente viene fatto e da chi».

La pratica dura ormai da più di 15 anni e in base a diverse testimonianze risulta che la natura delle esercitazioni sia diversa dal tiro con armi convenzionali, prevedendo anche l’uso di armi diverse, con l’impiego di bombe, per quanto a basso potenziale, non citate nell’ordinanza. «L’inquinamento conseguente all’utilizzo del Lago per scopi militari – fa notare Cocco – può essere il colpo finale per l’economia già debole di questa parte della Sardegna». «Insomma – prosegue il sindaco – quanto piombo sia finito in fondo al lago non lo sa nessuno, non va più bene che un ministero faccia una cosa, l’Unione Europea un’altra, la Regione un’altra ancora, ognuno per conto suo, tanto la gente accetta, subisce». Se ne verrà mai a capo? «Sarà complicato, la massiccia presenza sulla nostra isola viene giustificata dal fatto che pur essendo la terza regione italiana per superficie siamo al terzultimo posto, dietro solo a Molise e Valle d’Aosta, per densità di abitanti, insomma dicono che i rischi per la popolazione sono più ridotti che altrove».

La dismissione fallita di Capo Teulada Ma esiste un ritorno economico, per la Sardegna, derivante dalla presenza delle basi? «I Comuni ricevono degli indennizzi che però non possono spendere a causa dei vincoli imposti dal patto di stabilità. Il problema però è che quando trovano delle resistenze da parte delle istituzioni locali si “comprano” delle intere categorie di cittadini, allevatori, commercianti».

Nel 2006, ad esempio, quando a capo della Regione c’era Renato Soru e ministro della difesa era Arturo Parisi, la dismissione di Capo Teulada sembrava ormai cosa fatta ma invece si costituì un fortissimo comitato pro-base che riuniva diversi imprenditori convinti che il poligono fosse «una specie di industria, nel senso che assicura tanti posti di lavoro». La caduta del governo Prodi II, fece il resto. Oltre agli incendi, discariche di ordigni a cielo aperto, scorie di «materiale ferroso» depositate sui fondali del Mediterraneo, spiagge in zone militari pericolosamente raggiungibili dai civili come quella di Cala Zafferano, nel Sulcis, che è una distesa di residui bellici, proiettili e bombe inesplose a due passi dagli ombrelloni dei bagnanti.

Gli effetti delle esercitazioni sulla sicurezza e sull’ambiente sono al di là di ogni ragionevole dubbio devastanti e così, mentre monta la protesta dei cittadini, il governatore Pigliaru annuncia che la Regione «si costituirà parte civile nel processo per grave disastro ambientale nel Poligono del Salto di Quirra-Perdasdefogu», nella Sardegna orientale, che con i suoi 120 chilometri quadrati di estensione è la più importante base europea per la sperimentazione di nuove armi, missili, razzi e radiobersagli.

Al centro di un’inchiesta avviata nel 2011 riguardante una serie di morti sospette sulle quali la ASL di Cagliari ha condotto un’indagine che stabiliva «una coincidenza statisticamente significativa tra malformazioni negli animali e tumori emolinfatici nei pastori residenti nella zona» (probabilmente contaminata da uranio impoverito), Quirra rappresenta l’esempio paradigmatico – a livello sanitario, ambientale, culturale ed economico – delle influenze negative prodotte dalla presenza di un poligono. In totale sono oltre 35 mila gli ettari di territorio sardo sotto vincolo di servitù militare. In occasione delle esercitazioni viene interdetto alla navigazione, alla pesca e alla sosta, uno specchio di mare di oltre 20 mila chilometri quadrati, una superficie pari quasi all’estensione dell’intera Sardegna. Per il Presidente della Regione si tratta di «numeri enormi che facciamo fatica ad accettare ulteriormente».

Per questo motivo il Consiglio Regionale auspica da giugno «l’impegno per una graduale dismissione dei poligoni e la bonifica dei territori dismessi: ci serve un elenco di questi beni ed una data. Bisogna fare bene e fare in fretta». Fuori dai palazzi, intanto, la parola d’ordine è «A fora» (“fuori”, “andate via”), lo slogan «Ci avete rotto i colori».

@Pagina99

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Nel distretto modenese del pallone

In provincia di Modena tre squadre tra A e B. Sassuolo, Carpi e Modena in appena 40 chilometri tre promozioni low budget. In Italia mai nessuno come loro

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Strage di Bologna, 32 anni dopo

I bolognesi non vanno mai in vacanza prima del 2 agosto. La città cambia improvvisamente, nell’arco di ventiquattro ore: prima è gonfia di persone, poi, di botto, deserta. Fino al 1980, oggi era semplicemente una giornata di partenze e arrivi, valigie pesanti e bagagli leggeri. Ma da 32 anni a questa parte, invece, il 2 agosto è solo «Strage». 85 morti e 200 feriti. Nessuno parte e nessuno arriva. A Bologna, oggi, si rimane immobili, esattamente come quell’orologio, in piazza Medaglie D’Oro. Che, certo, è rotto, ma in fondo non sono mai riusciti a fermarlo del tutto.

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Roversi: editore e libraio “fai da te”

Immaginate un parco, ad un passo dal centro storico di una città come Bologna, e chiamatelo Giardini Margherita. È il 22 giugno 1941 e Roberto Roversi, Francesco Leonetti e Pier Paolo Pasolini siedono per terra, sul prato, parlano di una rivista, di qualcosa di «finalmente importante». Si dicono «dobbiamo farla», mentre attorno, al di là di quel microcosmo verde, Hitler ha invaso la Russia. Tre amici, tre quasi coetanei ad un passo dai vent’anni che ad immaginarli così, scalzi sull’erba appena tagliata, a promettersi impegno e immaginare un progetto, sembrano semplicemente giovani, affamati di futuro come tanti. La differenza la faranno i settant’anni successivi e la si tocca con mano nella mostra allestita alla Biblioteca dell’Archiginnasio, ancora una volta a Bologna, che ripercorre la storia di scrittore, editore e libraio di Roberto Roversi, spesso intrecciata con quella dei due amici dei Giardini, che è anche la storia di un poeta che ha scelto la via del «non basta apparire» in tempi non sospetti. 

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