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Lo smalto di Fedez, il 1 Maggio

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Internet funziona in questo modo, lo so. Ma quando il discorso pubblico si polarizza in maniera così netta come avvenuto ieri dopo l’esibizione di Fedez al concerto del Primo Maggio, c’è sempre qualcosa che non mi torna. E questo qualcosa è la totale assenza di sfumature, il tifo che annienta qualsiasi possibilità di ragionamento e, ironia della sorte, censura di fatto qualsiasi pensiero più complesso di “bravissimo” e “fai schifo”.

Andando a ritroso, ieri notte, ad un certo punto, la mia linea del tempo è stata invasa dal concetto di coraggio. La percezione abbastanza unanime scaturita dal discorso pronunciato da Fedez è che quella esibizione abbia rappresentato un atto di coraggio. Ridimensionerei, e non poco, questa impressione visto che si può essere davvero coraggiosi solo se si parte da una condizione di svantaggio, di minorità, o di debolezza. Altrimenti finisce che non ci rimane più un vocabolo adatto a definire la forza d’animo di chi agisce da una posizione di fragilità per affrontare situazioni avvilenti conservando nonostante tutto la propria umanità. Se si è coraggiosi a prescindere da ciò che esserlo comporta, in termini di perdita e di guadagno, allora anche Jeff Bezos è stato assai audace nel dare lavoro a così tante persone nel pieno della peggiore crisi di sempre (quella del 2008). Ma su questo torniamo tra poco.

Il DDL Zan

Fedez è diventato solo molto di recente un’avanguardia della battaglia trentennale contro l’omotransfobia. All’improvviso. O più precisamente quando nel resto del Paese la richiesta di approvazione di una legge che tuteli milioni di persone vittime di discriminazione sulla base del loro orientamento sessuale era già ampiamente condivisa. Senz’altro molto più di quanto lo fosse in Parlamento, dove comunque può contare su una maggioranza più solida di quanto sia mai avvenuto in passato. 

Ad averlo fulminato sulla via del DDL Zan sembra in qualche modo essere stato uno smalto: quello che da circa un anno utilizza e che da qualche settimana produce, rivolgendosi – mi pare per la prima volta in Italia – anche ad una clientela di sesso maschile, «contro tutti gli stereotipi».

Forse molti non si sono accorti che da almeno dieci anni, sopratutto all’estero, le strategie pubblicitarie sono molto cambiate. Nessuno ormai vende più prodotti ma esclusivamente ideali perchè i Millennial ai quali il capitalismo ha spezzato le gambe consumano solo con la testa. Nello spot di un marchio automobilisco, ad esempio, non è più nemmeno necessario che la macchina compaia. Magari compare solo un campione dello sport, a piedi, che è sopravvissuto a mille infortuni. Il cliente non acquista quell’auto perchè è più potente delle altre ma perchè si riconosce nel messaggio di rinascita di cui è portatrice. Allo stesso modo gli smalti di Fedez non sono migliori di tutti gli altri ma a differenza di tutti gli altri sono pensati per sfondare un muro di antiche convenzioni che si regge su una disparità di genere. E’ il motivo per cui Elon Musk è miliardario nonostante produca quattro vetture in croce: il punto è che non vende una macchina ma un’idea di futuro. 

Sarei insomma molto più cauta nel giudicare le attività di Fedez al di fuori di contesti puramente commerciali. Non si può fare a meno di mettere sul piatto della nostra bilancia il fatto che qualsiasi cosa dica, uno che di mestiere fa l’influencer, sta guadagnando denari. Perciò non venitemi a dire in sua difesa che si è esibito gratis il Primo Maggio, perchè se è per questo si esibisce gratis ogni santo giorno su tutti i suoi account social ma questo rimane comunque il suo lavoro principale, nel senso che è la sua principale fonte di reddito. Soprattutto – soprattutto – nell’anno della pandemia e del disastro totale per il settore della musica dal vivo, che non è un caso coincida con l’anno in cui Nostro Signore del Web ha scoperto la Televisione.

La censura

C’è poi la telefonata registrata con i vertici Rai, che secondo la narrazione di Fedez, accolta da un tripudio di mi piace, avrebbero tentato di impore una censura preventiva. Trovo assurdo che Fedez, e qualche altro milione di italiani, si sia reso conto solo ieri che la Rai è lottizzata dalla politica. Purtroppo non è una notizia: i partiti di maggioranza e di opposizione se la spartiscono da sempre. Va bene scoprire l’acqua calda, ma la reazione dovrebbe essere tiepida. Invece pare il Watergate. Datevi una calmata.

Il punto decisivo è che la polemica contro la Rai ha iniziato a montare già nel pomeriggio, con Fedez che sbraitava sui social network (di proprietà di multinazionali private che operano in regime di monopolio) contro i censori del servizio pubblico italiano: se ci fosse equilibrio di giudizio non si scambierebbe per un atto rivoluzionario la strategia di lancio di un prodotto. Perchè di questo si tratta: l’esibizione più attesa dell’intera giornata è diventata con largo anticipo quella di Fedez, a prescindere da quello che avrebbe detto. La disputa social anticipata con Matteo Salvini, volontariamente o meno, è stata utile ad avvisare un pubblico nativo digitale che di lì a poche ore sarebbe successo qualcosa da un’altra parte, nella scatola dei vecchi. Questa cosa si chiama marketing, è promozione commerciale, non ha spostato un solo voto in Parlamento per l’approvazione della Legge Zan ma qualche punto di share. Potete applaudire comunque, ma sappiate di cosa si tratta: del cortocircuito inventato dal leader della Lega, che quando twitta finge di fare politica.

Quando ho letto i primi articoli che riportavano le lamentele del rapper («la Rai voleva leggere il mio testo»), ho subito pensato ci non ci fosse niente di strano ma anzi che fosse utile, necessario, e auspicabile. Perchè libertà di informazione e di critica non significa che chi può, può andare in diretta a dire tutto quello che gli salta in testa senza filtri. Perchè se su quel palco fosse dovuto salire Povia a gridare che vige una dittatura sanitaria e che i vaccini sono pericolosi, nessuno avrebbe pensato ci fosse niente di male nel fatto che la Rai gli chiedesse di sapere preventivamente quale sarebbe stato il contenuto del suo intervento.
Ma arriviamo alla telefonata. Per quanto mi riguarda da quella telefonata non emerge nessuna pressione indebita nei confronti dell’artista. Il «sistema» e «il contesto» al quale la vicedirettrice di Rai3 e i suoi collaboratori fanno riferimento non credo, nella maniera più assoluta, riguardassero il sistema delle influenze politiche.

«Il sistema editoriale» (viene sottolineato, ma nessuno vuol farci caso perchè ormai l’onda dell’indignazione si è levata ed è comodo cavalcarla) è quello che permette di non mandare in onda i discorsi farneticanti di chiunque. «Il contesto» invece è quello del Primo Maggio in cui il tema del lavoro dovrebbe essere centrale. Per il resto la Rai non tocca palla, c’è solo un cantante che grida al complotto e che fa i capricci, abituato come è a fare e dire quello che vuole, nel momento esatto in cui lo vuole. Io invece trovo che sia un bene che il servizio pubblico vigili sui contenuti da pubblicare in maniera diversa rispetto alla fogna che sono i social network.

Che censura non ci sia stata, in tutti i casi, è chiaro perchè Fedez si è esibito. Ed è chiaro perchè nessuno in Rai, nemmeno prima, ha avuto niente da ridire sulla parte del suo monologo che riguardava i lavoratori dello spettacolo, anche se si rivolgeva in maniera critica al presidente del Consiglio chiamandolo per nome (in pratica uno spinoff del pezzo di Sanremo).

Sorry we missed you

Detto questo, è coerente portare su uno dei palchi più impegnati del Paese il tema dei diritti civili, ma se sul palco dei Lavoratori ti scordi di parlare di quelli che lavorano in condizioni inumane per lo stesso tizio per il quale lavori anche tu, un signore che di censure se ne intende più di qualsiasi altro, che non solo tappa le bocche dei suoi dipendenti sottoponendoli a continui ricatti ma non gli permette nemmeno di andare in bagno tra una consegna e l’altra, beh ai miei occhi non sei credibile. 

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