Chiara Ferragni
half unposted

I miei due centesimi sul documentario che racconta vita e miracoli della blogger che ha cambiato per sempre il mondo della moda

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Review

Voto
7/10
Overall
7.0/10

Inizio dalla fine. Come sempre sono stata l’ultima ad uscire dalla sala perchè amo i titoli di coda. Appena le luci si sono riaccese ad aspettarmi c’erano due commessi che mi hanno chiesto se secondo me un pubblico abituato a non pagare per vedere Chiara Ferragni, spenderebbe dei soldi per farlo. Io l’ho fatto, ma a giudicare dalle venti persone scarse con le quali ho condiviso la visione di “Unposted” ho risposto ‘probabilmente no’. Anche io, come loro, mi sarei aspettata di non riuscire a trovare un posto, non avendolo prenotato, o comunque di imbattermi in una lunga fila all’ingresso, e invece nulla. Social pieni, sale vuote?

Non proprio. Dodici ore più tardi ho scoperto che il Cinema Ariston di Oristano semplicemente non fa testo (per fortuna mia e di quelli come me, che preferiscono i posti poco affollati): nel primo giorno di proeizioni, infatti, il documentario di Elisa Amoruso ha incassato 513.543 euro, con 51.219 presenze e si è così posizionato in cima alla classifica del box office di martedì 17 settembre, davanti ai campioni d’incassi del weekend precedente (‘It – Capitolo due’ e – ironia della sorte – ‘Il Re Leone’). Il giorno successivo stravince Tarantino con C’era una volta a Hollywood, ma Amoruso tiene (al secondo posto al botteghino).

Come pensavo, il film sulla vita della più influente delle influencer italiane, vale la pena di essere visto perchè parla del mondo nel quale tutti ci muoviamo e perchè il messaggio che trasmette è estremamente positivo, soprattutto se si considera che a pronunciarlo è una donna.

Qualsiasi cosa tu voglia fare, la puoi fare veramente da sola, più che contare su qualsiasi altra persona

Già, le donne. Oltre alla regista e – ovviamente – Chiara Ferragni, direi che le donne, più un generale, sono le vere grandi protagoniste. Unposted ha il grande merito di dare voce a più donne di quante ne abbiamo viste esprimersi negli ultimi dieci anni in un qualsiasi programma televisivo di approfondimento. Ed è interessante che si tratti di un coro che si esprime sostanzialmente all’unisono, nel celebrare una ragazza di periferia che ha scardinato le regole imposte dai “grandi”.

L’unica eccezione la fa uno dei pochi uomini interpellati, Simone Marchetti di Vanity Fair Italia, che pur sibillinamente, solleva almeno qualche dubbio. Più che sulla Ferragni in carne e ossa, sulla sostenibilità a lungo termine della sua bolla disintermediata (“Stiamo vivendo un medioevo del digitale, quando ci sarà il Rinascimento?“, “Il mezzo è il suo talento, le criticano il contenuto ma lei è il suo mezzo“). La riflessione non è scontata anche perché quando Marchetti ha assunto la guida dell’edizione italiana della celeberrima rivista di moda americana i colleghi degli altri giornali titolavano “È l’epoca dei direttori Instagrammer” e gridavano alla “ferragnizazzione” del gruppo Condé Nast.

Ma ancora a proposito di donne, il documentario si apre, e si chiude, sulle immagini dell’archivio di famiglia, che per me rappresentano i minuti più brillanti di un film un po’ sbiadito, in qualche modo già visto. Se la sfida del titolo – quella di mostrare una Chiara Ferragni inedita – è stata vinta è principalmente grazie alle riprese della madre, Marina Di Guardo, che ha raccolto su vhs testimonianze delle sue figlie fin da quando erano molto piccole, durante tutti i viaggi-vacanza intrapresi nel corso degli anni Novanta. “Il passato per me è importante” – spiega, motivando la passione per le riprese e la scelta di lasciare una traccia del passaggio dei Ferragni nel mondo. Come ho già avuto modo di scrivere, se esiste una persona che ha avuto un ruolo determinante nel percorso di Chiara Ferragni, a parte Chiara stessa, quella persona è sicuramente sua madre.

Smettila, non ti servirà mai a niente!

Nel film questo aspetto è più chiaro che mai. Basta infatti ascoltare uno dei racconti del padre per rendersene conto. Mi ha colpito positivamente quando rivela che, durante uno dei tanti viaggi, Chiara, poco più che adolescente, passò tutto il tempo a fotografarsi, sempre nella stessa posizione ma da mille prospettive diverse. Vedendola attraverso lo specchietto retrovisore alla fine sbottò: “Smettila, non ti servirà mai a niente”. Il racconto è genuino e divertente, lo riporto perchè è uno dei tanti casi in cui la favola torna sulla terra e avvicina la storia di una sola persona alla storia di tutti, alle prese come siamo – nella maggioranza dei casi – con genitori che faticano a capire che lavoro facciamo, che ambizioni abbiamo, che mondo cambiato rispetto al loro ci abbiano consegnato.

E’ chiaro anche perchè viene smontata una volta per tutte la leggenda che vorrebbe Chiara Ferragni un manchino nelle mani di Riccardo Pozzoli.

Il punto comunque è che tutto ciò che di privato c’è in questo documentario funziona, e funziona perchè trasmette un senso di verità. Ma a parte questo ci sono anche momenti meno intimi davvero unposted, che riguardano ad esempio le riunioni di lavoro nel quartier generale della TBS con la sua squadra, durante le quali si percepisce in maniera davvero esclusiva la serietà con la quale affronta i suoi impegni quotidiani, i dati sulle vendite, l’apertura di un nuovo negozio.

Ottima anche la scelta di inserire alcuni follower. Solitamente ridotti a semplici numeri, per evidenti motivi di spazio, esistono davvero, e parlano, pensano, hanno delle opinioni, un proprio progetto di vita che non si esaurisce nel “mettere mi piace ai post della Ferragni”. Per il resto però chi la segue su Instagram ha soprattutto visto una raccolta delle sue storie migliori, o al massimo i dietro le quinte di post già pubblicati, intervallati da alcune interviste agli addetti ai lavori del settore moda che fanno molto keynote Apple.

A parte alcune definizioni davvero molto efficaci, e per certi versi illuminanti – soprattutto per chi Chiara Ferragni non sa chi sia (“un cartellone pubblicitario vivente”, “figlia di Marina Abramovic e del Grande Fratello”, “una che è entrata in un mondo che la rifiutava e lo ha fatto suo”), questa parte del documentario – una buona metà – è quella meno a fuoco, alla quale immagino si debbano le smorfie di gran parte della critica.

Attribuire a questo film l’aggettivo di autocelebrativo è però scorretto, a meno che non ci si riferisca alla Ferragni ma all’intero settore del fashion che cerca affannosamente di sopravvivere all’effetto Ferragni: se non puoi batterla, alleatici. D’altra parte se il suo film vale già 10 milioni è una buona notizia per tutti, forse più di quanto lo sia per lei.

Voglio concludere con un accenno a The Blonde Salade, il blog degli esordi, che nasce nel 2009 e all’epoca registra una media di 30 mila visite mensili. Il numero dei visitatori unici – riportati nel film – mi ha fatto teneramente sorridere perché chi è arrivato dopo quella data fatidica non può capire. Oggi quel numero può apparire ridicolo, oggi il volume degli accessi ad internet è esploso e si viaggia su ben altre cifre. Ma al tempo non esistevano sponsorizzazioni, non si sospettava nemmeno che pochi anni dopo la cosiddetta copertura organica sarebbe diventata pressochè irrilevante. Ma il vero numero dal quale partire, al quale ambire, in fondo rimane sempre quello perchè è lì dentro che si nasconde la qualità, il punto sotto al quale – capiti quel che capiti – Chiara Ferragni non scenderà mai più.

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