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Come cazzo hanno fatto i rider

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I rider ce l’hanno fatta. Ieri Just Eat ha firmato un’intesa con Cgil Cisl e Uil che prevede l’inquadramento di 4mila fattorini che verranno assunti entro la fine dell’anno come lavoratori subordinati. Agli operai del foodelivery verrà garantita una paga oraria legata ai minimi contrattuali, e non più alle consegne, e turni saranno pianificati a cadenza settimanale. Dopo appena due mesi di trattative, a meno di cinque anni dall’inizio della battaglia. Buone notizie, insomma, ma ci sono anche alcuni ma. 

Se la lotta sindacale dei rider italiani fosse una delle famose startup sulle quali si regge la Gig Economy, sarebbe destinata al fallimento. Se è vero che «l’impresa» è cresciuta in un intervallo brevissimo e in maniera esponenziale, arrivando a sfondare il muro del profitto in tempi strettissimi, è vero anche che per una serie di motivi non è “scalabile”, come si dice nel gergo, ovvero non può essere replicata da tutti gli altri lavoratori precari, sottopagati e schiavi di algoritmi, più o meno occulti, d’Italia. Dunque, riassumendo brutalmente, non rappresenta la svolta epocale che tutti attendevamo ma un incidente di percorso, una specie di errore di sistema congenito, calcolato e fine a se stesso.

Sono utili, hanno degli alleati

Come cazzo hanno fatto i ciclofattorini di Just Eat a farsi assumere in un’avemaria dalla più grande multinazionale del cibo a domicilio?, si starà sicuramente chiedendo in queste ore quell’esercito di vittime dell’attuale mondo del lavoro che a differenza dei rider non gode del favore dell’opinione pubblica. Perchè loro sì e noi no? E come ci sono riusciti nell’arco di pochi mesi mentre noi non ci siamo mai riusciti nel corso di quindici anni?

La forza con la quale i rider, a differenza di tutti gli altri, sono entrati nell’immaginario collettivo da eroi è figlia del fatto che il loro lavoro è universalmente riconosciuto come utile. Se con la cultura, i giornali, l’arte, i teatri, i pacchi Amazon consegnati da Poste Italiane, non si mangia, con i rider di Just Eat invece sì. E non metaforicamente, per modo di dire, ma proprio materialmente. Le consegne a domicilio sfamano chiunque, sono democratiche, spalmate socialmente in modo equo, non conoscono differenza tra periferie e ztl, arrivano a tutti e ovunque.

D’altra parte espongono in qualche modo ad un rischio, quello collegato alla privacy che è assieme la miniera d’oro e il tallone d’Achille del capitalismo contemporaneo, solo le persone più ricche. Le quali rappresentano, ad occhio e croce soprattutto in tempi di pandemia, i clienti con il più alto peso specifico per il settore delle consegne ma soprattutto si tratta delle persone che più di tutte hanno interesse che questi sconosciuti – che però conoscono il loro indirizzo di casa, i loro gusti alimentari e, almeno a spanne, la portata del loro conto in banca – siano retribuiti abbastanza bene così da non dover faticare troppo a mantenere il riserbo su tutte le informazioni delle quali sono in possesso. Insomma che possano tenere talmente tanto al loro lavoro da non andare a raccontare agli amici, o peggio in giro, che in quattro mangiate quanto l’intero continente africano, che tua moglie, che in tv si finge vegana, in realtà ieri a cena si è scofanata un allevamento di suini, che nonostante un articolo di giornale l’altro giorno ti abbia descritto come la persona più generosa del mondo, non lasci un euro di mancia nemmeno sotto tortura, che vivi in via XYZ al numero 34, secondo piano con ascensore, e che dall’ingresso si scorge un Picasso che varrà 5 milioni di euro. Che dire? Quanti precari possono contare su alleati così potenti? Per i quali dalla tua sicurezza lavorativa derivi direttamente anche la loro? 

Algoritmi, paghe e sindacati

D’altra parte il processo di rivendicazione dei rider ha avuto l’opportunità rarissima di potersi compiere in un campo pressoché incontaminato, privo di un passato, di presìdi, di interessi minoritari prevalenti. A differenza degli sfruttati ultra decennali iscritti ad un ordine professionale, ad esempio, i rider non hanno dovuto fare i conti con istanze centrifughe. Con nemici interni, un mondo vecchio, fatto di vecchie dinamiche e vecchi privilegiati che in maniera del tutto innaturale non vogliono lasciare eredità nè eredi. Esisterebbe il precariato se i nostri padri non fossero stati complici dell’ingranaggio che ci ha stritolato, non fossero stati loro, in carne e ossa, l’algoritmo utilizzato dalle aziende per tenerci oppressi?

In terzo luogo, e forse si tratta dell’elemento più dirimente, i rider a differenza di tutti gli altri, hanno avuto sufficiente fiato e abbastanza forza nelle gambe perchè mentre conducevano la loro battaglia venivano pagati sicuramente poco, comunque quanto tutti gli altri, ma regolarmente ed entro la fine di ogni mese. Mentre i colleghi schiavi dei quali nessuno si occupa, mentre combattono contro il sistema devono affrontare anche la battaglia campale per la sopravvivenza quotidiana, pagati come sono, nel migliore dei casi, a 90 giorni. Nel peggiore solo dopo aver dovuto rincorrere per anni i loro padroni, averli fatti minacciare dai loro avvocati, aver destinato i soldi delle bollette alle raccomandate, essere tornate a usare gli assorbenti di stoffa perchè gli altri costano troppo, aver perso i denti a forza di stringerli, aver attivato inutilmente i sindacati. Giusto, i sindacati.  

Uno dei motivi per cui si è giunti così presto ad un accordo con l’azienda credo vada ricercato anche nel fatto che i rider si sono potuti dotare di organismi di rappresentanza autonomi, le Riders Union, che hanno prontamente ottenuto un riconoscimento sostanziale e trasversale. Mentre gli altri precari italiani devono vedersela con sindacalisti che rappresentano in contemporanea anche gli assunti, i contrattualizzati, i pensionati e che per difendere gli interessi di alcuni, che sono sempre già tutelati, barattano continuamente con le aziende i diritti degli anelli più deboli della catena. 

Che dire dunque? La lotta dei rider non era scontata, l’esito è frutto di una tenacia e di una consapevolezza alle quali guardare con rispetto e ammirazione, ma – ripeto – è non scalabile. Non è un punto di partenza, non assomiglia nè potrà assomigliare a nessun’altra, non è riproducibile altrove. Felici, per voi, sì. Ma voi non siete una rivoluzione, siete un’isola.

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