I politici che rubano
le interviste
ai giornali

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I politici italiani che rubano le interviste ai giornali, pubblicandole sui loro account social o suoi propri siti – in contemporanea all’uscita in edicola – sono diventati una grande maggioranza e la pratica si è fatta ormai quotidiana.

La scorsa mattina, appena sveglia, il primo post che mi è capitato sott’occhio è di Massimiliano Smeriglio, eurodeputato eletto come indipendente nelle liste del Partito Democratico alle ultime elezioni.
Alle 7.39 ha pubblicato online, integralmente, una sua riflessione sulla sconfitta in Umbria, già in edicola – nelle stesse ore – sulle pagine del Manifesto. Il caso di Smeriglio non è nemmeno tra i più gravi, visto che almeno è l’autore del pezzo ma è degno comunque di una riflessione: perchè comprare Il Manifesto se gli stessi articoli che si trovano in edicola, a pagamento, possono essere letti sottobanco su una pagina Facebook?
Da quando faccio caso a questa cattiva consuetidine, noto che la rapina è diventata quotidiana e che praticamente nessun politico si sottrae al capriccio di copia-incollare sui social network gli articoli nei quali compare.
L’ultimo esempio è quello di Stefano Bonaccini, presidente della regione Emilia-Romagna, che alle 11 del mattino di ieri aveva già ripubblicato una sua intervista comparsa sull’edizione bolognese di Repubblica. Come se niente fosse.

I giornali si pagano

Pochi giorni fa – il 13 ottobre – mi ero invece imbattuta in un post di Matteo Pucciarelli, giovane giornalista del Gruppo Gedi. Un lungo sfogo intitolato «I giornali si pagano perché fare un giornale costa», nel quale denunciava il malaffare del furto di articoli perpetrato da uffici stampa e intervistati che si appropriano dei pezzi che li riguardano e li rilanciano integralmente sui social o suoi propri siti internet, concedendone la lettura gratuita ai propri «mi piace».
Avevo letto nella ramanzina di Pucciarelli un certo nervosismo legato ai litigi di famiglia (De Benedetti) che in quei giorni devono aver reso sicuramente irrespirabile l’aria in via Cristoforo Colombo.
Ma la sua riflessione è certo condivisibile e il problema che solleva dovrebbe finalmente essere affrontato. Non in ordine sparso, da singoli cronisti, ma dalle testate in blocco e magari dall’Ordine e dal sindacato di categoria.
La pratica è più che diffusa, ormai si è fatta norma. I politici che compaiono sui giornali – con un commento, un’intervista, o anche solo di striscio – si sentono inspiegabilmente autorizzati a diffondere gli articoli che li riguardano sul web, in contemporanea alla loro uscita in edicola.
In qualche modo sembra roba loro.

Quelli che rubano le interviste

Gli esempi si sprecano ma per restringere il campo e portare all’attenzione qualche fatto concreto, cito Gianni Cuperlo che immancabilmente brucia i giornali che lo intervistano diffondendo le sue «conversazioni» tramite la sua pagina Facebook.
L’ultima in ordine di tempo è del 22 ottobre, un’intervista di David Allegranti comparsa sul Foglio. Ma il vezzo è assai più antico di così, l’ultima volta che ho provato particolare irritazione è stata ad esempio lo scorso luglio, quando Cuperlo pubblica addirittura la versione estesa di una sua intervista uscita in versione ridotta sul giornale di carta (senza davvero nessun sarcasmo, sicuramente per motivi di spazio).
«Su Repubblica la sintesi modello bignamino, ma volete mettere voialtri il privilegio, aggratis, di pigliarvi qui sopra l’edizione integrale?». Non ho mai lavorato per Repubblica e non sono evidentemente l’autrice del pezzo ma la battuta mi ha suscitato estremo fastidio perché non si scherza sul lavoro altrui. Senza contare che non si può relegare ad altri qualcosa che non ti appartiene, se si vuole elargire privilegi ai propri personali lettori bisogna prima di tutto averne diritto. Come direbbe il collega Fassino: Se Cuperlo vuol fare l’editore, eccetera eccetera. (A proposito, che fine ha fatto l’Unità?)
E torniamo così al malinteso di sempre, tutto italiano, applicabile alla bisogna a qualsiasi settore. In Italia finisce sempre che chi fa le cose per bene – ad esempio comprare un quotidiano – viene deriso e additato come coglione, mentre chi ruba – fosse anche solo leggendo di straforo un’intervista – può sempre contare su una certa indulgenza, una pacca bonaria sulle spalle, una risata assolutoria.
In tutti i casi Cuperlo (che qui paga lo scotto di essere uno dei politici che maggiormente seguo) non è certamente il solo a non avere contezza del furto che quotidianamente subiscono giornali e giornalisti.

Chi intervista chi

Che non si tratti di singoli casi isolati, infatti, ma di una concezione del giornalismo al servizio della politica che si è fatta sistema è chiaro anche perché questa prassi si è perfino dotata di una propria semantica: Matteo Renzi, ad esempio, rilancia (dal suo sito personale) le interviste che lo riguardano scrivendo: «la mia intervista di oggi a Repubblica», «la mia intervista di oggi al Giornale», «la mia intervista di oggi a Il Messaggero». Se non fosse ancora sufficientemente chiaro, il 13 gennaio, alle 10 del mattino: «Oggi ho fatto una lunga intervista al Sole 24 Ore».
Nessuno, ma proprio nessuno, sembra cogliere l’errore, che pure sarebbe colossale.
Qualcuno avrà mai l’ardire di spiegare a Matteo Renzi che non è lui ad aver intervistato il Sole24Ore, o La Repubblica, o qualsiasi altro quotidiano – come si evince dalle sue didascalie – ma il contrario? 
Sembra proprio che la risposta sia negativa. Ma il problema è in definitiva non è nemmeno questo, la rogna sta a monte. Renzi, e tutti gli altri, scambiano la stampa per il proprio ufficio stampa – ormai automaticamente, cioè senza nemmeno più compiere alcuno sforzo cognitivo.

Ma ancora una volta, la risposta è dentro di noi, più che fuori. Nel momento in cui Repubblica – lo scorso 5 luglio ad esempio – pubblica una lettera del senatore semplice di Scandicci, senza contraddittorio, senza un giornalista a mediare la sua personalissima posizione, senza filtri alla sua propaganda, non sta forse alimentando la credenza che le pagine di un giornale appartengano ai suoi protagonisti più che a chi le scrive e finanzia?
Non sta forse alimentando l’equivoco secondo cui l’informazione è al servizio della politica, fino all’estrema conseguenza lessicale dello scambio tra intervistato e intervistatore?
Insomma, Pucciarelli ha ragione da vendere ma non campa di ragioni, quanto di copie vendute. Quelle che queste pratiche di ricettazione nel loro piccolo affossano. Se non materialmente, almeno da un punto di vista culturale, sdoganando la pretesa che l’informazione debba essere gratuita – ma allo stesso tempo si regga sui suoi piedi, sottoposta alle leggi del mercato.

Spacciatori di interviste

Ci sono alcune considerazioni da fare. Prima di tutto qualcuno deve spiegare perché queste interviste siano nella disponibilità di chi viene intervistato. Come diavolo sia possibile che alle 8 del mattino questi articoli siano fruibili online sui siti o sulle pagine social del politico di turno. Chiaramente il caso Cuperlo di luglio – quando viene pubblicata su Facebook una versione più estesa dell’articolo uscito in edicola – ci permette di saltare tutta la parte in cui fingiamo di essere estranei a questo malcostume e ci evita di raccontarci la balla che questi tizi acquistino il giornale e poi, di buona lena, si mettano a trascrivere il pezzo che li riguarda in internet. Evidentemente esiste un accordo – più o meno tacito – tra intervistato e giornalista, c’è un momento in cui il giornalista passa sottobanco il proprio articolo a chi poi lo regalerà a destra e a manca, a suo piacimento.
Se così non fosse, visto che nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di materiale marchiato con la dicitura “riproduzione riservata“, l’autore del pezzo o il suo editore potrebbero rifarsi su chi diffonde illecitamente quel contenuto.
A questo punto fa sorridere, o piangere, che i protagonisti di questa storia – politici e mondo dell’informazione – siano gli stessi della riforma sul Copyright che dovrebbe colpire le grandi piattaforme tecnologiche ma alla fine colpirà principalmente gli utenti comuni. Se poi si pensa che i maggiori spacciatori di articoli sono quelli che hanno votato per un consistente ridimensionamento del finanziamento pubblico ai giornali in vista di un suo totale azzeramento, tutta la vicenda suscita ancora più rabbia.
Questa, insomma, è gente per la quale la stampa è un settore commerciale alla stregua di qualsiasi altro, gente per la quale solo i giornali che vendono meritano di non morire, gente che quando ha avuto il potere di scegliere ha scelto che lo Stato non debba farsi carico di garantire, anche economicamente, la libertà di informazione.
Una nota a margine: può essere solo un caso il fatto che nessun’altra categoria, a parte quella dei politici, faccia un uso così distorto della stampa? Conoscete attori, scrittori, personalità del mondo dello spettacolo o della cultura, che con la stessa perseveranza e la stessa faccia tosta pubblichino sui loro canali gli articoli che li riguardano?

Rubare ai poveri

C’è una vera e propria emergenza che riguarda il settore editoriale e più in particolare quello della stampa in questo Paese. Solo per parlare di questo momento esatto, questa emergenza si chiama Askanews e Gruppo Riffeser Monti (che edita Resto del Carlino, Giorno, QN). Ma in questi anni si è chiamata in un miliardo di altri modi, presi in prestito da praticamente tutti – proprio tutti – i giornali italiani. 
Con la scusa che i giornalisti hanno, a differenza di tutti gli altri lavoratori, possibilità di darsi voce sugli organi di stampa, questa crisi non è mai stata davvero raccontata e quindi affrontata dalla politica.
Se ci fosse la benché minima consapevolezza della tragicità della situazione, ci sarebbe anche un profondo senso di vergogna nello sfruttare il lavoro di gente che da un momento all’altro rischia di finire per strada, o ci è già finita. 

Eppure qualcosa si muove. Ho notato pochi giorni fa un post di Chiara Geloni, che ha pubblicato la fotografia di una pagina di giornale – credo Il Fatto Quotidiano. «Non faccio scorrettezze – ha precisato – era sul giornale di ieri».
Ci vuole tanto?


Aggiornamento delle 9.44 del 13 novembre 2019
Pubblico qui due commenti che ritengo molto interessanti, ricevuti in risposta a questo post.
Matteo Pucciarelli: Solo una risposta al tuo “come fanno?”. Semplicemente qualcuno del loro staff avrà l’abbonamento digitale del giornale, entrano, fanno copia e incolla e lo spammano ai propri follower. Ti assicuro non c’è mai nessun accordo col giornalista, anzi.
Nel caso di Cuperlo e della intervista più lunga, credo sia avvenuto perché evidentemente aveva fatto l’intervista scritta. Io ti mando le domande perché così mi hai chiesto di fare, tu rispondi. Può succedere, in diversi intervistati lo preferiscono, anche se non è il massimo. In questo caso però Cuperlo ha reso chiara come sia andata la cosa ed è quindi una doppia mancanza di rispetto per il collega.
Infine, penso che debbano essere i direttori delle testate o chi per loro a cominciare a farsi carico della cosa. Se tizio la mattina alle 8 pubblica l’integrale, il direttore chiama e gli dice: caro tizio, sappi che alla prossima non verrai più intervistato dal giornale che dirigo. Visto che non ci arrivano col ragionamento, magari servono altri metodi.
Chiara Geloni: Anche io dirigo il sito di un partito, abbiamo cercato di darci una politica che rispetti anche l’esigenza dei nostri militanti di avere notizia di quanto dicono i dirigenti senza dover monitorare ogni giorno i giornali, cosa che si può chiedere a un professionista ma non a chi ha un’altra vita e un altro lavoro. dunque in assenza di regole certe, più o meno facciamo così: 
– MAI pubblicare pdf, rimproverare chi lo fa
– MAI rilanciare niente fino almeno all’ora di pranzo (e di chiusura delle edicole nella maggior parte delle città), a meno che non sia già in rete. in questo caso: 
– seguire la politica del quotidiano. cioè se un giornale mette online l’intervista si condivide il link dal sito del giornale (e non dal nostro sito) e si retwitta dal loro account. ovviamente stessa cosa nel caso di testate online
– sul sito e nei tweet citiamo SEMPRE il nome dell’intervistatore e la testata
– se è online una versione sintetica dell’intervista, la riprendiamo dicendo su che testata si trova la versione integrale
– aggiungo solo che secondo me un pochino di elasticità ci vuole, soprattutto con gli interventi a firma del politico che il giornale sceglie liberamente di pubblicare ma che non sono frutto di un rapporto di lavoro. secondo me in quel caso puoi anche per esempio pubblicare una versione integrale che il giornale ha tagliato. comunque anche quelli non c’è necessità di pubblicarli all’alba.

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