Il caso El-Haj

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Il racconto è semplice e brutale. E’ estate ed è passata da poco la mezzanotte quando, in piena zona universitaria, un ragazzo viene pestato a sangue. Di più, lo massacrano. Tanto che i medici dovranno ricostruirgli la calotta cranica.

Corre l’anno 2011, sotto le Due Torri, ed è giugno: Houssem da allora non ha più ripreso conoscenza e l’unico che racconti la sua storia è Safouane, suo fratello, che a marzo è entrato in contatto con Avvocato di Strada per ottenere giustizia.

“Sto aspettando una risposta da parte della Procura – ci spiega il suo legale, Massimo Fuzzi – abbiamo fatto richiesta per poter avere accesso alle carte ed eventualmente costituirci parte offesa”. Trattandosi di lesione grave, infatti, un’indagine contro ignoti dovrebbe essere partita d’ufficio ma ad un anno dall’accaduto nessuno ancora sa niente. Nemmeno l’avvocato Fuzzi, che da quattro mesi attende invano di poter consultare il fascicolo.

In attesa di far luce su quanto accaduto quella notte, il giovane Houssem è ricoverato al Santa Viola e la sua condizione clinica viene definita molto grave. “I medici – ci spiega Erica Foy, l’operatrice del Servizio Mobile di Piazza Grande che accompagna Safouane a far visita al fratello – dicono che la situazione ormai è compromessa: non sente più nulla”. 

Peraltro, l’intervento per la ricostruzione del cranio non è andato bene, ci sono state diverse complicazioni e il suo, attualmente, è uno stato settico permanente: “Ha delle infezioni in circolo e quindi da mesi ha sempre la febbre e nonostante gli antibiotici non riescono a farla scendere”. In questo momento, inoltre, numerose piaghe da decubito lo stanno consumando. I dottori che lo seguono dicono che se andrà bene, un giorno riuscirà a dire “sì” e “no” con gli occhi. 

Safouane e Houssem sono fratelli gemelli e il prossimo 5 agosto compiranno 30 anni. La loro è una storia che inizia in Tunisia, prosegue a Lampedusa e si ferma bruscamente a Bologna. Il 5 aprile del 2011 salgono a bordo di un sogno che fa acqua da tutte le parti. Con sè portano solo due bottiglie d’acqua e la paura del mare. Quando toccano le coste italiane, si dividono: Safouane prosegue alla volta di Napoli e da lì via, sù verso la Francia, un’unica tirata fino a Tolosa, dove ad attenderlo ci sono uno zio e un posto di lavoro. Houssem, invece, prima decide di fermarsi per qualche mese a Bari e poi sceglie Bologna. L’idea è quella di raggiungere il gemello Oltralpe ma prima vuole trascorrere qualche settimana con il cugino, che vive sotto le Due Torri.

I due si incontrano, stanno assieme per tre giorni e il 22 giugno 2011, intorno alla mezzanotte, si trovano in un locale in Via delle Moline. Ad un certo punto, Houssem esce all’esterno del locale e quando il cugino lo raggiunge lo trova disteso per terra, agonizzante in una pozza di sangue: gli hanno spaccato il cranio. Chi? Come? Cosa è successo?

Impossibile dirlo, non ci sono testimoni. L’unica voce è quella del cugino, che però al momento dell’aggressione si trovava all’interno del pub: qualcuno, quella stessa sera, gli avrebbe riferito che, poco prima, Houssem stava parlando con tre italiani, due uomini e una donna. “Non è possibile che nessuno abbia visto – si sfoga il fratello – io credo che chi era presente non si sia reso conto della gravità di quanto accaduto ma spero che ora qualcuno parlerà”.

Omicidio El Haj, ecco le carte

Picchiato un anno fa in centro, morto in agosto. I testi citano uno sconosciuto e un carabiniere

Nella notte a cavallo tra il 21 e il 22 giugno 2011, un tunisino di nome Houssem El Haj, arrivato da pochi giorni a Bologna, crolla al suolo privo di conoscenza in seguito ad una colluttazione avvenuta in via delle Moline. Trasportato d’urgenza al Maggiore entrerà subito in coma: 14 mesi di agonia alla fine dei quali, lo scorso 17 agosto, muore. Quella che ha visto protagonista Houssem è una vicenda non solo tristissima ma soprattutto contorta e ricca di stranezze: a cominciare da un anomalo silenzio – come mai la notizia di un ragazzo al quale qualcuno ha sfasciato la testa in pieno centro universitario non filtra per un intero anno? – per finire con la mancata messa in sicurezza di alcune prove che avrebbero permesso agli inquirenti di venire a capo della matassa già a partire dalle ore successive alla rissa che ha provocato la morte del giovane: sul luogo, infatti, è presente una telecamera di sorveglianza ma agli atti non risulta nessun tipo di ricognizione fotografica, segno evidente che nessuno si è preoccupato di reperire per tempo (e quindi entro le 24 ore) le immagini che ritraevano il volto dell’assalitore di Houssem.

Come se non bastasse, nel momento in cui l’Unità inizia ad occuparsi, lo scorso giugno, del caso El Haj, la vicenda è avvolta dalla nebbia anche da un punto di vista giudiziario. Tanto che, a luglio, il Procuratore Capo di Bologna, Roberto Alfonso, aprirà un fascicolo conoscitivo nel tentativo di capire che fine abbia fatto l’inchiesta sul pestaggio di via delle Moline. Un mese più tardi, per un gioco del destino nel giorno in cui Houssem spira, finalmente emerge che ad essere indagato per i fatti del 22 giugno 2011 è Aurelian Gheorghe Murgulet, un rumeno che di professione fa il buttafuori, accusato, per l’appunto, di aver sferrato il pugno mortale ai danni del ragazzo. Venerdì, tuttavia, al termine del processo celebrato con il rito abbreviato, Murgulet viene assolto per non aver commesso il fatto. Questo significa che ora l’inchiesta ripartirà da zero. O quasi. Perché grazie al fascicolo delle indagini difensive è possibile ottenere qualche elemento in più rispetto al passato.

Maria, ucraina, all’epoca dei fatti faceva la cameriera al Bounty, che si affaccia su via delle Moline, e la sera del 21 giugno 2011 effettuava il servizio ai tavoli: «Vidi un marocchino che aveva toccato il sedere di una ragazza che poco prima si era baciata con un ragazzo che so essere un carabiniere. Dopo ho visto che sono usciti fuori e li ho visti che si picchiavano. Ho visto che il marocchino ha dato un pugno al carabiniere che quindi ha perso l’equilibrio ed è caduto per terra, poi è arrivato un amico del carabiniere che ha dato un calcio in faccia al marocchino, che a quel punto è caduto per terra, pure lui, battendo la testa».

Dello stesso Carabiniere (che quella sera però, in base a quanto riferiscono i presenti, non prestava servizio) parlano anche altri tre testimoni oculari. Tutte le versioni grosso modo coincidono: Houssem in un primo momento si trovava all’interno del locale con un amico, secondo tutti era visibilmente ubriaco. Avvicinandosi al bancone, il ragazzo avrebbe palpeggiato una giovane scatenando la reazione del carabiniere in borghese che l’accompagnava. Ne sarebbe seguito un acceso diverbio all’esterno del locale, in via delle Moline, dove Houssem avrebbe colpito l’uomo che tutti sanno essere un carabiniere (anche lui alticcio), facendolo rovinare sull’asfalto.

A quel punto, in difesa del militare, sarebbero intervenuti alcuni amici: «All’improvviso un ragazzo che sembrava avere all’incirca 30 anni o poco più, tirava un calcio in bocca al magrebino», riferisce Costel. Si tratta di un ragazzo alto circa 1 metro e 80, corporatura robusta, rasato. «Inizialmente pensavo che questa persona fosse un carabiniere pure lui – prosegue il testimone – motivo per cui non sono intervenuto». «Il calcio glielo ha dato alzando la gamba improvvisamente in direzione della bocca del marocchino», conferma un altro. Forse la verità su quella tragica sera è in queste carte.

Muore dopo un anno di coma. Carabiniere verso il processo

Un tunisino di 30 anni, Houssem El Haji era caduto nel 2011, picchiando la testa, dopo una rissa fuori da un pub. Nel 2013 l’inchiesta riparte da zero. Ora il militare è accusato di omicidio preterintenzionale

Cantava Lucio Dalla che nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino eppure può capitare che nel cuore pulsante della movida universitaria un ragazzo perda la vita. Senza che sia chiara la dinamica dei fatti, senza che venga effettuata una ricognizione fotografica sulle videocamere installate lungo quel tratto di strada e senza che nessuno risulti indagato. Anzi, peggio. Perché per un lungo anno l’unica persona ad essere indagata per i fatti di via delle Moline sarà la vittima.

Houssem El-Haj è un ragazzo tunisino, classe 1983, sbarcato a Lampedusa su una nave di cartone. Ha un permesso per motivi umanitari ed è diretto a Tolosa, dove ad attenderlo ci sono alcuni parenti e un lavoro, ma nel corso della risalita lungo lo Stivale qualcosa va storto e la sua vita si spezza all’altezza dell’Emilia-Romagna. E’ il 22 giugno del 2011, un mercoledì. Houssem ha deciso di trascorrere qualche giorno sotto le Due Torri ospite di un cugino, in attesa di ripartire e raggiungere la Francia. Ma invece, alla fine di quella giornata, il ragazzo si ritroverà improvvisamente riverso su una pozza di sangue con il cranio sfasciato, entrerà in coma e non si risveglierà più. Ora, a quattro anni dall’accaduto, il Pm Beatrice Ronchi ha chiesto il rinvio a giudizio per un militare dell’Arma dei Carabinieri accusato di omicidio preterintenzionale.

E’ estate, sono le tre del mattino, Houssem viene trasportato d’urgenza all’Ospedale Maggiore dove finisce sotto i ferri per una craniotomia decompressiva per ematoma sottodurale acuto. Un mese più tardi viene trasferito in un’altra struttura, vicino Imola, dove subisce un nuovo intervento neurochirurgico e poi di nuovo a Bologna, sul letto di una clinica specializzata nell’assistenza di pazienti afflitti da sindrome vegetativa. Il quadro è drammatico: i medici hanno dovuto asportare e reimpiantare la teca cranica per due volte, perché in seguito al primo intervento erano comparse delle complicazioni.

A distanza di un anno l’esito delle operazioni è tuttavia dubbio visto che nonostante le terapie antibiotiche la temperatura corporea non accenna a stabilizzarsi, segno che l’infezione è ancora in corso. I medici che lo assistono non hanno idea di cosa sia accaduto, quel che è certo è che essendo entrato subito in coma «l’Ospedale deve averlo comunicato alla Questura».

L’indagine, insomma, dovrebbe essere partita d’ufficio ma nel luglio del 2012 l’avvocato Sabrina Ferri – all’epoca amministratore di sostegno di Houssem, nominato dal giudice tutelare – dichiara: «Che io sappia si brancola ancora nel buio». Pochi giorni dopo le fa eco il dottor Massimo Fuzzi, che nel frattempo è diventato il legale della famiglia El-Haj e valuta se costituirsi parte offesa, il quale fa sapere di aver depositato in Procura una richiesta per avere accesso al fascicolo, «ma dopo quattro mesi tutto ancora tace». La nebbia che avvolge la vicenda è talmente fitta che il Procuratore Capo di Bologna, Roberto Alfonso – interpellato dal quotidiano l’Unità, che ha sollevato il caso – decide infine di aprire un fascicolo conoscitivo per tentare di capire che fine abbiano fatto le carte sul pestaggio di Houssem.

Per uno scherzo del destino il giorno in cui il ragazzo muore – è il 17 agosto 2012 – la Procura rende noto che ad andare a processo per i fatti di via delle Moline sarà un uomo di origine rumena indicato come buttafuori del locale davanti al quale è scoppiata la rissa. Si scopre inoltre che nella lite rimase coinvolto anche un carabiniere (che quella sera non prestava servizio) e che proprio i carabinieri inviarono una prima relazione a piazza Trento Trieste in una notizia di reato che conteneva la denuncia ad Houssem per resistenza a pubblico ufficiale e violenza sessuale nei confronti di una ragazza.

In quelle carte il tunisino viene genericamente definito come «degente presso l’ospedale», non è presente alcun riferimento allo stato di coma nel quale versa fin dai minuti immediatamente successivi all’accaduto e quindi non viene aperta nessuna inchiesta che veda El-Haj come parte offesa. Nessun indagato, a parte la vittima.

Secondo la ricostruzione presentata dall’Arma un anno dopo i fatti, Houssem era alticcio e avrebbe infastidito una giovane che ordinava da bere al bancone suscitando la reazione del suo fidanzato, il carabiniere, e degli altri avventori. Il diverbio sarebbe poi sfociato in rissa, per strada, fino al colpo che si rivelerà mortale sferrato dal buttafuori del locale. Nel novembre 2012, tuttavia, Aurelian Gheorghe Murgulet viene assolto con rito abbreviato per non aver commesso il fatto: l’uomo non era un dipendente del pub e dei quattordici testi sentiti all’epoca, solo uno (Massimiliano Mazzanti, esponente della destra italiana, dall’Msi a CasaPound) aveva identificato in Murgulet il responsabile, tanto che l’avvocato Gian Andrea Ronchi, che nel frattempo aveva assunto la difesa degli El-Haj, decise di non costituirsi parte civile al processo. Le versioni degli altri testimoni pressapoco coincidevano tutte e raccontavano invece un’altra storia: quando Houssem cadde, privo di conoscenza, l’indagato si trovava ancora all’interno del bar.

Murgulet viene dunque scagionato e l’inchiesta deve a quel punto ripartire da zero. Fino al luglio del 2013 – quando viene iscritto nel registro degli indagati il militare – l’accusa rimarrà a carico di ignoti, nonostante proprio sopra il tratto di strada in cui il dramma si è consumato sia presente una videocamera di sorveglianza che avrebbe permesso di chiudere l’inchiesta nell’arco di 24 ore, se solo qualcuno si fosse adoperato per reperire per tempo le immagini che ritraevano la dinamica dell’aggressione e il volto dell’aggressore.

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