Il nuovo giornale di Enrico Mentana

Il nuovo giornale di Enrico Mentana

Non cercare di piegare il cucchiaio. È impossibile. Cerca invece di fare l’unica cosa saggia: giungere alla verità – Matrix

La generazione dei Millennials ha avuto tante sfighe tra le quali essere diventata adolescente in piena epoca berlusconiana, aver fatto il proprio ingresso nel mondo del lavoro quando il mondo del lavoro era chiuso per ferie, aver studiato per l’anima del cazzo quando di lì a poco sarebbe stato sufficiente aver frequentato l’Università della vita.

Siamo gente nata nel momento e nel posto sbagliato ma abbiamo nel dna un gene che tutti ci invidiano e che per questo motivo tutti tentano affannosamente di replicare in laboratorio. L’essere cresciuti a cavallo di due secoli ci ha resi per metà analogici e per metà digitali. Naturalmente, senza forzature pedagogiche. Vale a dire che non ce lo ha insegnato nessuno e non abbiamo dovuto impararlo, a differenza di tutti gli altri che in maniera innata sono solo una cosa, oppure l’altra.

Siamo insomma l’anello di congiunzione tra Enrico Mentana e Chiara Ferragni, il nostro livello di alfabetizzazione digitale non ha uguali perchè quando noi abbiamo iniziato a frequentare internet era necessario conoscere l’html e non esistevano le sponsorizzazioni che oggi trasformano qualsiasi contenuto mediocre in virale.

Quando a luglio Enrico Mentana ha lanciato il suo progetto editoriale ci ha in buona parte esclusi a prescindere perchè “a quarant’anni non si è più giovani” e perchè – riassumo – i Millennials della prima ora non sono in grado di parlare alla generazione che è salita in corsa sul carro dei perdenti, utilizzare i loro strumenti, la loro lingua.

Loro a sessant’anni possono fondare aziende giovani per clienti giovani, noi a quaranta siamo fuori mercato e fuori tempo massimo. E anche quando non siamo poi così vecchi, scrive Mario Tedeschini Lalli in una lettera aperta indirizzata proprio a Mentana e pubblicata su Medium (il social network delle periferie) “inevitabilmente” abbiamo “davanti agli occhi e spesso nel cuore i modelli, le aspirazioni e i metodi che la generazione dei padri ha impresso al giornalismo italiano e dalle quali sarà difficile distaccarci”. Comunque vada siamo inadeguati.

Ma se è vero che i soldi in ballo sono quelli di un privato, e vivaddio si tratta di un editore puro, che giustamente li investe come vuole e su chi vuole, è anche vero che la retorica sui giovani è diventata definitivamente insopportabile perchè ormai è chiaro che il traguardo è mobile, la linea di arrivo si sposta dieci metri più indietro ogni volta che qualcuno è sul punto di oltrepassarla. Così quelli che erano riusciti nell’impresa sono stati bravi ma non abbastanza, perchè occorreva fermarsi prima. Sarebbe così semplice, e così coraggioso, dire che dobbiamo saltare un giro perchè avendo corso per anni oggi costiamo il triplo di quelli che stanno ancora ai blocchi di partenza. Ma in questo modo chi ha scoperto la generosità in età avanzata dovrebbe confessare di non stare espiando nessuna pena ma perseverando nello stesso errore di sempre: lasciare in coda quelli che non hanno semplicemente perso un treno ma se ne sono visti arrivare uno dritto in faccia.

Questa retorica è ancora più fastidiosa perchè confida velatamente nella dignità dei quarantenni, ovvero nel fatto che quelli che finora sono rimasti fuori dalle redazioni si autosospendano dal giudizio, autonomamente. Rinuncino alla ricerca di una prima occupazione stabile per non risultare ridicoli, e generosamente sostengano l’avanzata dei loro fratelli minori, per non finire nel girone degli egoisti, tra quelli che hanno tagliato loro le gambe.

C’è qualcosa che non torna. 

Non sta in piedi l’idea che per salvare i terremotati della più grande crisi editoriale di sempre si mettano in salvo prima di tutto gli abitanti del paese vicino, che da quella scossa sono stati al massimo sfiorati, e per fortuna, mentre i primi hanno perso tutto dopo non aver mai avuto niente. Soprattutto non mi sta bene che l’aristocrazia giornalistica motivi le sue scelte di natura economica spacciandole per meritocratiche. L’esperienza professionale di chi finora ha lavorato per 6 euro lordi a pezzo nell’inutile attesa di tempi migliori ha un costo morale che non potete sostenere; quelle persone hanno maturato una consapevolezza di classe sulla quale è troppo rischioso investire; la disillusione dei giornalisti giovani retribuiti come i braccianti extracomunitari di Rosarno è un vuoto a perdere che pesa sui vostri bilanci come un macigno perchè schiaccia tutti i vostri bei discorsi su un futuro finalmente all’altezza delle nostre aspettative.

Il 27 ottobre Mentana ha pubblicato su Facebook, tra le 17.32 e le 18.17, cinque post. In media uno ogni nove minuti. Pensava evidentemente di poter in questo modo aggiornare in tempo reale il suo milione di contatti riguardo quanto stava accadendo a Pittsburgh, ma si è sbagliato e non di poco. A parte la frequenza di pubblicazione, certamente intercettata dal famigerato algoritmo come molesta, quindi potenzialmente indesiderata da parte degli utenti, Mentana ha utilizzato in quattro casi solo immagini secche, prive di un commento in calce, ma anche ricche di scritte. Così il social di Zuckerberg ne ha certamente limitato la visibilità scambiandole per offerte pubblicitarie e il risultato è stato di conseguenza catastrofico, con pochissime persone coinvolte, mentre lo sforzo del direttore praticamente nullo. E ancora, quando Mentana ha annunciato il nome del suo giornale online, sono andata subito a vedere quale dominio fosse stato acquistato per scoprire che nessuno degli indirizzi più intuitivi era disponibile. Open.it, open.com, open.news, openonline.it, openonline.com, opennews.it, openews.it, era tutti già stati acquistati. Credo infatti che il quotidiano digitale del direttore del TgLa7 sarà infine raggiungibile all’indirizzo newsopen.it, una scelta che mi sembra obbligata e non volontaria anche se non sono nella testa di Mentana e non posso stabilire con certezza se davvero abbia scelto il nome del suo giornale senza assicurarsi prima che il dominio fosse in vendita. In ogni caso rimane il fatto che dal punto di vista dei lettori l’indirizzo non è quello più immediato e quindi più facilmente accessibile; in tutti i casi, in questo modo, Mentana in qualche modo rinuncia a fare di Open un marchio immediatamente riconoscibile e collegabile in internet al suo progetto. Potete considerarle delle grandi stronzate ma qui dentro, per me, c’è invece tutta la distanza, quella reale e non semplicemente anagrafica, tra mentalità analogica e mentalità digitale. Mi chiedo se tra i selezionati a far parte della redazione qualcuno conoscesse le intenzioni del direttore e in questo caso cosa abbiano consigliato, o cosa consiglierebbero oggi che il nome è stato ufficializzato, a proposito di un sito che non ha un’esclusiva sul dominio. Ai miei tempi si sarebbe trattato di un errore.

Comunque ad Enrico Mentana va riconosciuto il coraggio di aver aperto un dibattito e di aver in questo modo accettato di calamitare su di sè critiche e giudizi su un tema che investe molto più che i nostri destini personali. Ma come lui una quantità insospettabile di over 50, che affolla da anni i desk dei maggiori quotidiani nazionali, non sa usare i social network nè costruire un sito internet. Ciò nonostante in questi ultimi anni il numero di persone anziane che pretende di insegnarci come si sta al mondo all’epoca dei mi piace ha superato quello delle cavallette. E’ una notizia? E’ una notizia, o almeno dovrebbe diventarlo. Perchè la maggior parte di loro si è convinta di essere un asso della comunicazione digitale e di poter quindi fare a meno dei padroni di casa, dei tizi che hanno cucito addosso quel tipo di formazione fin dall’adolescenza. Pensate a quanti danni potrebbe fare uno che per aver guidato un autoscontro si convinca di saper guidare anche una vettura, impartendo nel frattempo grandi lezioni di codice della strada a chi la patente l’ha presa, sul serio, 18 anni prima. Sarebbe un problema per tutti.

E’ un problema per tutti. Ed è per questo che la retorica sui giovani (le possibilità che non abbiamo avuto, la pensione che non avremo) mi ha definitivamente stufato. Anche perchè nel frattempo, a 36 anni, sono diventata vecchia. Ma forse la strategia era proprio questa: tenerci incollati per due lustri a discorsi vani per farci invecchiare serenamente, senza che ce ne rendessimo conto, e risolvere in questo modo la più grande contraddizione che la crisi iniziata nel 2008 abbia fatto esplodere: giovani senza futuro.

 

*** Ho presentato assieme ad altri 15mila la mia candidatura per entrare a far parte della redazione di Open ma non sono stata selezionata. Accetto serenamente che chi legge ripulisca questo post della frustrazione di cui naturalmente è intriso a patto che allo stesso tempo siate in grado di astrarre alcuni concetti e riflettere su alcune considerazioni che rimangono valide al di là di me. D’altra parte dovremmo anche iniziare a pensare che le persone più titolate a parlare di determinati temi siano quelle più direttamente coinvolte e che essere di parte, cioè parte di un problema, non significhi essere meno obiettivi quando la tua parte è quella più debole. Altrimenti continuiamo pure a far parlare solo gli uomini di discriminazione di genere sui posti di lavoro pensando che l’opinione di un esterno sia più autorevole, e facciamo parlare di disoccupazione giovanile solo i pensionati, e di precariato solo gli assunti, e disinneschiamo in questo modo alla radice qualsiasi dibattito autentico. 

 

Questo non è un tempo orribile.

È un tempo nuovo.

Non è un tempo impossibile.

È un tempo che non perdona ma in cui ogni sera

si aspetta una notizia vera

da Maratona.

Roberto Roversi, 1977

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