exor gedi tonno

Il Gruppo Gedi
e il movimento
del tonno

17 mins read

Nella tarda serata del 2 dicembre 2019 Cir ha annunciato la cessione della maggioranza del gruppo Gedi (editore tra gli altri di Repubblica, La Stampa e Secolo XIX) alla Exor della famiglia Agnelli per 102,4 milioni, ovvero 0,46 euro per azione. L’annuncio arriva dopo che in mattinata il titolo era stato sospeso in Borsa e porta John Elkann a possedere la maggioranza assoluta della casa editrice con il 52% delle azioni. L’operazione solleva qualche dubbio, o timore, sotto diversi punti di vista e forse il modo migliore per capirla è utilizzare la metafora del tonno.

Il 19,88% del Gruppo Gedi

Appena due anni fa il Gruppo Espresso e Itedi si erano fusi in Gedi, diventando la prima editrice di giornali in Italia. Da quel momento in poi la Repubblica, la Stampa, il Secolo XIX, decine di testate locali, il settimanale l’Espresso, radio Deejay e Radio Capital fanno parte di un unico grande colosso. Certo, ogni testata ha conservato la propria autonomia e l’Agcom, autorità garante per le telecomunicazioni, aveva a suo tempo chiarito che il nuovo soggetto non raggiungeva le posizioni di dominanza stabilite dalla normativa antitrust. Per la precisione le norme che impediscono iniziative di concentrazione (in poche mani del settore editoriale) impongono un tetto di quote del 20% nel mercato nazionale, mentre Gedi – avendo proceduto alla cessione di cinque testate della Finegil Editoriale – detiene una quota pari al 19,88%. Si naviga comunque appena al di sotto della soglia superata la quale il pluralismo dell’informazione non sarebbe garantito.

Il primo aspetto che mi ha colpito in questi giorni, che sono i giorni in cui Cir ha trattato con Exor per vendergli le quote di controllo di Gedi, è che un gran numero di persone era ed è convinto che la fusione di tante testate in un solo grande gruppo sia affare odierno, e non vecchio di due anni. D’altra parte perfino a Luigi Di Maio era sfuggito questo particolare: almeno fino all’ottobre del 2018 il capo politico del Movimento Cinque Stelle ignorava la nascita di Gedi e in una diretta Facebook dichiarava: «Per fortuna ci siamo vaccinati anni fa dalle bufale, dalle fake news dei giornali e si stanno vaccinando anche tanti altri cittadini tanto è vero che stanno morendo parecchi giornali tra cui quelli del Gruppo L’Espresso che, mi dispiace per i lavoratori, stanno addirittura avviando dei processi di esuberi al loro interno»
Queste parole sono particolarmente interessanti anche per un altro motivo: sempre quell’anno, è il 2018, la procura di Roma aveva avviato una serie di accertamenti sui prepensionamenti di alcuni dipendenti di Gedi: la Gdf indagava sulla regolarità delle procedure perchè voleva capire se quei prepensionamenti fossero regolari «o se, invece, demansionamenti e trasferimenti infragruppo siano stati realizzati al fine di ottenere indebitamente il beneficio del collocamento a riposo anticipato: ovvero finanziamenti stanziati dalla Cassa integrazione guadagni straordinaria (Cigs), l’ammortizzatore sociale dell’Inps per aziende in difficoltà o in riorganizzazione». In soldoni: se il gruppo era in salute – era nato appena pochi mesi prima, potendo contare su «sinergie per 15 milioni» – come era possibile che gli azionisti si facessero pagare dallo Stato cassaintegrazione e prepensionamenti?
Che l’allora ministro del Lavoro non fosse a conoscenza dell’avvenuta fusione appare quindi ancora più grave, ma ne riparleremo tra poco perchè pure questa questione rischia di ridiventare attuale.

FCA – PSA e Gruppo Gedi

Nell’ultimo mese il Gruppo Gedi ha fatto parlare molto di sé a causa di un litigio di famiglia: il fondatore Carlo De Benedetti, in un’intervista rilasciata ad Aldo Cazzullo lo scorso ottobre, aveva duramente criticato l’operato dei figli a capo della casa editrice, arrivando ad accusarli di non amare Repubblica. Accuse ovviamente respinte al mittente, tacciato di nostalgismo, ma il dato incontrovertibile è che nei primi nove mesi del 2019 il gruppo ha chiuso con un rosso di 18,3 milioni di euro, mentre la sensazione, espressa sempre dall’ingegnere, era che i fratelli De Benedetti non avessero più interesse a investire in Gedi e stessero quindi cercando da tempo un acquirente.
In questo quadro si inseriscono un po’ a sorpresa gli Agnelli, che già possiedono in campo editoriale un’importante quota del quotidiano economico inglese Economist, oltre, come è noto, una squadra di calcio e la FCA, impegnata sempre in questo periodo in un’altra importante fusione con la francese PSA ovvero la Peugeot Citroën.

Proprio quest’ultimo aspetto, la fusione FCA-PSA, ha senz’altro un peso specifico notevole nell’affare Gedi. Prima di tutto perché è grazie a questa fusione che nelle casse della ex Fiat arriveranno i soldi necessari per l’acquisto del più grande gruppo editoriale italiano. Ma anche per un motivo non dichiarato né dichiarabile. 
Come mai gli Agnelli hanno deciso di tornare ad investire nel settore editoriale italiano, dopo essersene smarcati non più di tre anni fa, mettendo in vendita la propria partecipazione in Rcs Mediagroup (e lasciando così via libera a Cairo Communication)?
Tra le molte cose lette in questi giorni a proposito della faccenda, un intervento del giornalista Nicola Borzi mi è parso particolarmente interessante perchè mette in fila alcuni punti non molto indagati dalla stampa né dalla politica: quella editoriale, in Italia, «è un’attività che consuma risorse e, quando va bene, ha ritorni finanziari vicini allo zero». A strangolare il settore, dice giustamente Borzi, sono i soliti due o tre limiti, tutti italiani, che da buoni vent’anni abbiamo individuato anche se continuiamo a fare finta di non vederli: il rapporto con la politica, l’inesistenza di editori puri e adesso anche la barriera linguistica, «che ha consentito per decenni agli editori italiani di non temere la concorrenza estera ma che oggi impedisce ai nostri giornali di avere sbocchi fuori dal Paese». «Exor – conclude, e questo è il punto più importante – ha soprattutto bisogno di giornali che pilotino la politica e l’opinione pubblica nazionali, ora che arriveranno anche in Italia i contraccolpi dell’operazione Fca-Psa».

Posti di lavoro e autonomia

Secondo molti esperti, è infatti inevitabile che la fusione porti tagli agli impianti e sull’occupazione in Italia. E sarà quindi vantaggioso – o forse necessario – per la holding della famiglia Agnelli poter contare sul placet della stampa. Ovviamente i giornalisti di Gedi sono già sul piede di guerra (“ribadiscono, sin da ora, che riterranno irricevibile qualsiasi ulteriore intervento sul costo del lavoro e sui livelli occupazionali, così come eventuali modifiche al perimetro di Repubblica”) e rivendicheranno finché sarà possibile la propria autonomia, ma è chiaro che in queste ore si respiri un’aria tesa in queste redazioni. Perché ci siamo già passati, tutti, e non dobbiamo fare uno sforzo di immaginazione troppo grande per intuire come potrebbe andare a finire. Prima si smonta il reparto automobilistico italiano – quel che ne rimane – e poi si smonta Gedi. 
Il primo comunicato del nuovo editore promette bene, in questo senso: «Exor – dice John Elkann –assicurerà la stabilità necessaria per accelerare le trasformazioni sul piano tecnologico e organizzativo». Chi, suo malgrado, ha confidenza con il lessico capitalistico sa che nella stragrande maggioranza dei casi «stabilità» e «trasformazioni» possono andare di pari passo solo a costo di importanti tagli sul lavoro. Anche la promessa di essere traghettati nell’era digitale, ormai vecchia di dieci anni almeno ma ancora spacciata per rivoluzionaria, sappiamo tutti essere perfettamente vana, utile solo a innescare una competizione che veda contrapposti vecchi e giovani. Una finta contesa generazionale che nasconde in realtà la gara al massimo ribasso dei diritti e delle tutele (in una formula matematica: spazio alle tecnologie = spazio ai giovani = spazio a contratti capestro).

Prepensionamenti e turn-over

Ma se questo aspetto in apparenza potrebbe riguardare solo i lavoratori del Gruppo Gedi, la riorganizzazione annunciata da Elkann dovrebbe invece riguardare tutti.
Non sarebbe la prima volta che un editore italiano accede a fondi pubblici per stare dentro ai suoi (finti) investimenti editoriali; non è la prima volta che aziende in salute si fanno pagare gli esuberi dallo Stato. D’altra parte il neo sottosegretario all’editoria, Andrea Martella, ha di recente dichiarato che le risorse per finanziare i prepensionamenti ci sono: la misura è ancora in fase di perfezionamento ma la si considera indispensabile per superare la crisi del settore. Nota dolente quella del turn-over: finora era stata stabilita una proporzione di 1 a 3, un nuovo ingresso ogni 3 prepensionamenti, Martella tenta di abbassare questa quota a 1 su 2. Personalmente la ritengo ancora insoddisfacente: chi ha avuto a che fare in questi anni con il settore editoriale sa che comunque i nuovi ingressi non sono qualitativamente paragonabili ai contratti in uscita (stipendi, stabilità e diritti sono di base inferiori) quindi in realtà il rapporto – per essere equo – dovrebbe essere inverso: due nuovi assunti per ogni prepensionamento. 

Altrimenti va a finire, come finora è sempre andata a finire, che lo Stato aiuta la proprietà a sbarazzarsi più che dei vecchi giornalisti dei loro vecchi contratti blindati, mentre gli editori assumono ogni tanto un under 40 a milleduecento euro al mese, ma appena gli gira possono chiudere baracca e burattini con la scusante che il settore è in crisi, quando in realtà è semplicemente venuta meno la necessità di condizionare l’opinione pubblica per far fruttare altri tipi di investimenti, compiuti negli ambiti di loro principale interesse. 
Peraltro, questa dei prepensionamenti nel campo editoriale, è una storia che nasce sbagliata anche da un altro punto di vista: essendo una misura volta a incoraggiare il ricambio generazionale, ne rimangono esclusi tutti quelli – sicuramente parecchi – che hanno perso il lavoro in questi anni ma che essendo ad un passo dall’età pensionabile sono difficilmente ricollocabili. Dunque, in buona sostanza, tutto quello che è stato fatto finora per risanare il settore non è servito a proteggere gli ultimi, esodati e giovani, ma si è sempre e solo andati incontro alle esigenze degli editori.

Il movimento del tonno

A proposito di editori, e del caso Exor-Gedi, è assordante il silenzio della politica, a tutte le latitudini. Nessuno ha niente da dire riguardo il fatto che una delle società italiane più potenti nel mondo da oggi amministri quasi il 20% della stampa italiana? Lo 0,12% che separa gli Agnelli dalla posizione di dominanza non preoccupa nessuno a parte i lavoratori del Gruppo? «L’operazione è subordinata al rilascio delle necessarie autorizzazione da parti delle autorità antitrust, incluse la Commissione europea e l’AgCom», si legge in una nota di Exor, ma qual è la posizione della politica? Si grida tanto contro l’«alta finanza» e i «mercati» come si trattasse di entità soprannaturali, oggetti misteriosi, arcani magici, ma quando questi temi toccano la vita e la carne delle persone, tutti zitti? 
Questa operazione è espressione di un mercato oligarchico che gode di utili (quasi) monopolistici non ridotti dalla concorrenza, come previsto invece dalla teoria del libero mercato. Eh già: perché i capitalisti contemporanei, si sa, odiano il capitalismo. Mentre le sinistre di mezzo mondo sono diventate liberiste con il culo dei loro elettori.

Per concludere, ho letto da qualche parte, a commento di un post che trattava questo stesso argomento, che ci vorrebbe un Movimento dei Tonni che muovesse le cose nel settore dell’editoria e della stampa. L’immagine del tonno mi è sembrata molto adeguata: potrebbe piacere ai giornalisti leghisti perché è un animale che si nutre di sardine (meno ironicamente: la difesa della libertà di stampa deve coinvolgere forze trasversali perché non è un tema di sinistra o di destra) ma soprattutto è un animale in via di estinzione, vittima di sconsiderate mattanze. L’aspetto più calzante è tuttavia un altro ancora: il tonno rosso viene messo annualmente all’asta in Giappone, dove ultimamente raggiunge cifre record – agli inizi del 2019 un esemplare da 278 chili è stato venduto a 3 milioni di dollari, ad aggiudicarselo è stato Kiyoshi Kimura, proprietario della più grande catena giapponese di sushi. Merce rara, merce costosa? Non proprio, per citare «I Diavoli», romanzo di Guido Brera che diventerà una serie tv a breve, «è l’equivalente dello scambio a non valere più niente». Ovvero il dollaro, o più in generale il denaro (certo non per le persone comuni ma per gli squali della finanza globale che spostano ormai cifre immense come se niente fosse, possono permettersi di investire sul nulla o buttare vagonate di euro per acquistare merce alla quale non sono realmente interessati, da mettere a leva per fare profitti altrove).

Nessuna macchinazione: lo stesso Kimura ha dichiarato pacificamente che voleva solo attirare l’attenzione dei media, risparmiando in questo modo sul costo di una grande campagna pubblicitaria. Ecco: mettete la fusione FCA-PSA al posto del sushi e l’acquisizione di Gedi al posto del tonno e vi sarete fatti un’idea di cosa sta accadendo. 

Latest from Errori Di Stampa

0 0,00