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Il TSO di Fano e noi

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Mi ha colpito moltissimo, fin da subito, una notizia che per giorni ha avuto poco risalto a livello nazionale: la settimana scorsa un diciottenne di Fano è stato sottoposto a TSO dopo essere stato prelevato dai Carabinieri a scuola. Il ragazzo, secondo i racconti nella sostanza unanimi, ha inscenato una protesta non violenta in classe, legandosi con un lucchetto al banco per contestare l’obbligo di indossare la mascherina. A ispirare la protesta del liceale sarebbe stato un 68enne no-mask noto in città come “il costituzionalista” (ma basta anche solo accendere la televisione per imbattersi in medici no vax, politici negazionisti che per tornaconto elettorale soffiano sul fuoco dell’insofferenza e ciarlatani di ogni tipo). Il punto saliente è che un numero sconvolgente di adulti – insegnanti, forze dell’ordine, istituzioni, medici e genitori – non è stata in grado di intervenire in maniera dignitosa a protezione di una persona così giovane ma ha consegnato un adolescente al reparto di Psichiatria dell’ospedale Muraglia di Pesaro. Un fatto gravissimo, sotto molti punti di vista.

Nell’ultimo anno si è parlato come mai prima di malessere emotivo ma nella maggioranza dei casi in maniera errata, cioè principalmente apocalittica. Abbiamo scoperto che per la stampa italiana il disagio di natura mentale è un evento eccezionale, atipico, inconsueto e temibilissimo. Almeno quanto una pandemia virale senza precedenti, che infatti è diventata l’unico appiglio, l’unica motivazione plausibile all’esistenza di stati di ansia, di disturbi emozionali, di squilibri comportamentali. Come se la sofferenza psichica fosse un virus al pari del Covid-19, come se a marzo 2020 fosse improvvisamente comparsa per la prima volta, lasciandoci totalmente impreparati e inermi. Come fosse trasmissibile, contagiosa. Ma soprattutto – e questo è l’aspetto più importante – come se la campagna vaccinale, e quindi il ritorno progressivo alla “normalità” – cioè il rientro a scuola, la riapertura dei locali notturni, l’eliminazione del coprifuoco – fossero l’unico antidoto a questo male oscuro di cui, stando a quanto riportato sui giornali, non sappiamo ancora praticamente nulla.

E’ molto radicata culturalmente nelle società occidentali l’idea che la malattia mentale sia minoritaria rispetto a quella fisica, che debba essere affrontata in maniera diversa, direi meno rigorosa; che si tratti di un ambito umano destinato per definizione all’autogestione individuale, quindi non materia “sociale” salvo che in termini molto negativi (di pericolosità per gli altri). In termini pratici questa concezione si traduce nel fatto che se ne parla molto poco e molto male e che quindi riguardo a questo tema esiste un’ignoranza largamente diffusa a tutti i livelli.
Ad esempio mesi fa ho scritto su Facebook un post in cui invitavo chi riteneva di non farcela da solo a superare lo scoglio emotivo del lockdown a rivolgersi ad uno psicologo. Molte persone hanno interpretato questo consiglio come un insulto, inumano e cinico. Ma se consigliassi ad una persona che si è rotta un braccio di andare al pronto soccorso a farsi ingessare, nessuno metterebbe in dubbio la mia buona fede e la mia sensibilità. Sarebbe la cosa più logica da fare per chiunque. Nessuno potrebbe ragionevolmente ribattere «non è niente, voglio tentare di farcela da solo». Nessuno penserebbe di potersi sostituire all’ortopedico con la forza di volontà. 
Quando invece si parla di disagio psichico si riesce solo a utilizzare un sistema di misurazione binario: o ci si imbatte nell’indifferenza più totale verso questo aspetto della vita umana, oppure ci si scontra con soluzioni drastiche e definitive, come nel caso di Fano. O non è niente oppure è follia. Nel mezzo c’è solo imbarazzo, vergogna e pregiudizio. Ma non c’è cura, nel senso di dedizione.

Il TSO di Fano

Il caso di Fano rappresenta un precedente molto preoccupante sia perchè è la prima volta che un TSO viene disposto all’interno di un liceo sia perchè nel frattempo è diventato il terreno di una disputa tutta politica nell’accezione peggiore del termine, cioè per niente interessata a comprendere e affrontare il tema reale ma solo ad abbattere gli avversari in consiglio comunale. Da una parte la destra, contraria all’uso obbligatorio dei dispositivi di sicurezza, che strumentalizza l’accaduto per chiedere le dimissioni del sindaco PD che ha controfirmato – come da prassi – l’autorizzazione al trattamento sanitario obbligatorio disposto da due medici. Dall’altra la sinistra, come sempre pilatesca e senza identità: il primo cittadino non poteva fare altrimenti, l’opposizione in consiglio comunale usa a fini propagandistici la vicenda, se i medici hanno ritenuto necessario il TSO evidentemente era necessario. Ma il caso ormai è chiuso, parliamo d’altro. 
Oppure ci sono i commentatori, di sinistra e di destra, tutti d’accordo nel dire che i ragazzi soffrono, non ce la fanno più. Mentre tutti gli altri stanno benissimo e sono sempre stati benissimo finchè non è arrivata la pandemia. Potrebbero farci una serie tv, «L’anno zero del disagio psicologico», che colpisce solo i minorenni equilibratissimi fino a quel punto e risparmia invece gli adulti. La sceneggiatura potrebbe scriverla Giulia Innocenzi che ha firmato un servizio per Le Iene in cui viene concesso ampissimo spazio al complottista che a Fano fa proseliti tra i giovanissimi spacciandosi per “costituzionalista”. E in diretta tv, praticamente senza un vero contradditorio – a parte Innocenzi che a tratti se la ride a tratti fa lo sguardo truce ma non dice niente di vagamente importante – può esporre indisturbato le sue teorie bislacche, le stesse con le quali ha plagiato un ragazzino che poi è finito in psichiatria. D’altra parte, spiega questo individuo, il ragazzino bramava di essere intervistato dalle televisioni e dai giornali, stava cercando un modo per farsi notare e portare all’attenzione del grande pubblico le sue idee sull’uso delle mascherine e sulla pandemia. Il ragazzino. Ma invece davanti alle televisioni è finito l’allievo di 68 anni, con Le Iene che secondo tradizione ovviamente abboccano, fingendo indignazione per il TSO mentre in realtà sono concentrate a dare in pasto al loro pubblico, moderatamente negazionista, la personalità borderline di questo santone col papillon rosso.

L’esercito dei narcisi

Già, il papillon rosso. Non mi sembra casuale il fatto che tutti gli esponenti del “Covid non esiste” – che a turno hanno trovato spazio su tutti i canali, su tutti i programmi e su tutti i giornali – presentino regolarmente chiari tratti istrionici e narcisistici: una volta è il cravattino, una volta l’occhiale color rubino, una volta una placida ammissione di dipendenza da telecamera. 
Questo aspetto non è da sottovalutare: si è scritto fino alla nausea che la nostra società esce molto provata dagli effetti di una così lunga e brutale privazione delle libertà. Che gli italiani sono mentalmente allo stremo. Che gli adolescenti hanno sofferto più di chiunque altro il confronto con una realtà inedita. Tutto questo è talmente vero che potremmo inserirlo nel nostro quaderno delle ovvietà, eppure intere trasmissioni televisive si reggono su questo racconto fine a se stesso. Perchè difficilmente si dice che come avvenuto in qualsiasi altro campo, la pandemia ha solo illuminato o fatto esplodere questioni che erano già sul tavolo da molto tempo. Che chi si è scoperto fragile, lo era. Che chi ha sofferto di più aveva evidentemente accumulato negli anni un numero di questioni irrisolte troppo alto; che il nostro sistema pubblico di cura mentale era inadeguato già prima, che la nostra cultura del disagio mentale è superata.
Non dicendo anche questo, finisce che non siamo più in grado, come società, di riconoscere e dare il giusto peso al malessere psicologico. Ad esempio i casi di mitomania, all’interno dei quali possiamo inserire i narcisisti di sopra, sono cresciuti esponenzialmente negli ultimi dodici mesi. Si può pensare, a spanne, che la solitudine che ognuno ha dovuto affrontare sia stato un terreno fertile per coltivare indivualismi ed egoismi in proporzioni non sane – cioè non quelle utili a stare bene oltre che con gli altri anche con se stessi. E’ sufficiente fare un giro su un qualsiasi social network per rendersi conto di come, in maniera molto inedita per dimensioni, esista un vero e proprio esercito di falsi influencer che passano la giornata a parlare solo di se stessi. Ma questa ondata di egocentrismo non è riconosciuta come problematica, al massimo attiene al campo dell’ilarità e del gioco. Io invece credo che sarebbe necessario valutarla per quello che è. Una cosa serissima.

Per finire, due spunti per una riflessione: un trattamento sanitario obbligatorio effettuato su un diciottenne che non ha mai dato in passato segni di squilibrio o dissociazione, che non presenta nemmeno in questa occasione tratti violenti o autolesionistici, per me non è molto diverso dalle scene tristemente note in cui persone in divisa totalmente impreparate a gestire situazioni critiche, utilizzano una forza fisica spropositata per placare qualcuno. Mi viene in mente Magherini a Firenze o il video molto più recente dell’immigrato fermato da cinque agenti della municipale a Padova. Un ricovero in psichiatria per contenere uno stato emotivo forse alterato ma sicuramente non patologico, non è molto diverso dal premere con le ginocchia contro il torace di un uomo steso a terra, già immobilizzato e fondamentalmente innuoco.

In secondo luogo sarebbe importante convincersi che sia normale trovarsi a dover gestire stati di malessere psichico: una società moderna offre strumenti per riconoscere queste situazioni, per riconoscersi. Uno Stato civile ti insegna come cercare di affrontarle per poter ristabilire un equilibrio interiore molto prima che la tua condizione si aggravi. Invece siamo sostanzialmente fermi all’Ottocento. 

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