Incontri ravvicinati del terzo settore

Incontri ravvicinati del terzo settore

100 notti in un dormitorio di bassa soglia

«Mi chiamo Karima». Una delle prime donne che conosco racconta di essere alla ricerca di un vecchio parente ammalato, scomparso da qualche giorno. Ovviamente il suo vero nome è un altro e lo zio del quale parla non esiste. La prima cosa che impari varcata la soglia di un dormitorio, infatti, è che questi sono luoghi di menzogne nei quali quasi nessuno dice la verità perchè se ne vergogna. Da queste parti ognuno sceglie per sé un’altra storia e un altro finale. La Polacca, ad esempio, inizialmente racconta di essere una campionessa olimpionica di pattinaggio sul ghiaccio e di avere un passato da psicologa in un carcere minorile. Spiega di essere stata vittima di un furto, giù in città: è incappata in due

malintenzionati che con un raggiro le hanno portato via le valigie e i documenti, spedendola di fatto in questo angolo di mondo. Io ovviamente le credo, piange, si dispera, e poi avrà l’età di mia nonna. Non sospetto nemmeno che possa essere una vecchia conoscenza dei Servizi Sociali o che viva già da anni per strada. E a posteriori, mi sembra giusto così: sono contenta di aver assecondato, anche se involontariamente, il suo desiderio di essere una persona diversa da quella che si dice che sia.

Una delle cose che inevitabilmente noto subito è che da queste parti dire che sei un giornalista è come indossare un giubbotto antiproiettile. Doveva essere così, un tempo, per tutti i giornalisti, in qualsiasi contesto. Prima che nell’immaginario collettivo degli italiani diventassimo semplicemente ladri e servi. Quaggiù ti squadrano tutti con un certo rispetto e una certa devozione. Sgranano sempre gli occhi, increspano la fronte e se aprono la bocca è solo per esprimere il loro stupore. All’inizio ti supplicano di non pubblicare i loro nomi sulla “rivista” poi invece ti chiedono in continuazione di farlo. Inizialmente sono diffidenti ma dopo qualche settimana, quando non speri più di stabilire un contatto con loro, arriva regolarmente il momento in cui ti si avvicinano, domandano scusa e con il tono della voce affabile confessano: «Ho saputo che sei una giornalista». Uno vuole denunciare un caso di malasanità: all’ospedale si sono dimenticati una garza grande quanto un tovagliolo dentro la sua pancia; dolori lancinanti all’addome per mesi, un calvario durato due anni. Mi mostra tutte le cartelle cliniche e le relazioni del suo avvocato, ma ad oggi nessuno ha ancora pagato per il torto che ha subito. Un’altra si lamenta con me da tre giorni perché i servizi le hanno portato via due

figli, a suo dire senza motivo (scoprirò che subivano violenze da parte del marito). Un altro ancora è certo che in una delle mense del centro condiscano il cibo di psicofarmaci, “ho dei testimoni, lo fanno per tenerci buoni”, dice, ma intorno tutti ridono. Aiutata dalle risate stavolta forse non ci casco ma è fottutamente difficile capire dove stia la verità, chi sia affidabile, chi semplicemente fuori di testa. «I giornalisti – mi spiegano i più giovani – di solito si bevono tutto quello che gli diciamo, scrivono il loro articolo e poi non li vedi più». In effetti quei reportage intitolati «Una notte tra i senzatetto», una volta che in una struttura di accoglienza hai più o meno vissuto per quattro mesi, sembrano puri esercizi di stile sui luoghi comuni. «E ci chiamano sempre clochard», si lamentano, ché alla francese sembra più chic «ma vuol dire barbone». Odiano quella parola, clochard.

Il dormitorio nel quale lavoro è misto, abitato sia da donne che da uomini, divisi solamente da un pannello in cartongesso. In grande prevalenza le ospiti sono signore che provengono dall’Est Europa, professione badanti. Il turnover tra loro è altissimo: perso il lavoro, in media si trattengono quaggiù un mese prima di trovare un nuovo impiego e trasferirsi di nuovo in città.

Aglaya è originaria della Russia, tutte le sere studia la Bibbia e poi esce di nascosto dalla stanza per andare a stampare sulla bocca del suo compagno l’ultimo appassionato bacio della giornata: quando torna e la redarguisci per essersi allontanata senza avvisare, diventa tutta rossa. E’ alta, è grossa. Veste sempre camicie abbondanti a quadri e porta gli occhiali da vista sulla punta del naso. Si lamenta spesso della presenza di un ladro nella struttura ma a quanto raccontano le compagne di stanza è lei a rubare gli abiti e il cibo degli altri ospiti.

Valeria, romena, sguardo di ghiaccio, non proferisce mai parola con nessuno perché finge di non conoscere l’italiano anche se in realtà lo parla correntemente. Picchia Adrian, suo marito – un alcolizzato, anche lui ospite del dormitorio – e nasconde grandi quantità di viveri sotto al letto; le altre signore sostengono che gestisca un giro di prostituzione. Raccontano che alcune ragazze tra i venti e i venticinque anni, tutte comunitarie, vengano costrette a vendersi per pochi euro dal figlio maggiore di Valeria.

Fino a poche settimane fa, il dormitorio ospitava anche Ivanka, una cittadina bulgara che chiedeva in continuazione scusa, anche quando non ce n’era bisogno. Sembrava un riflesso condizionato, il suo, come se nella vita avesse sempre e solo dovuto obbedire a qualcuno. Le altre la prendevano pesantemente in giro perché fidanzata con un italiano, anche lui senzatetto. Veniva emarginata per questo motivo.

Zina ha tutti i denti davanti placcati in oro, è moldava e clandestina. Corpo minuto e schiena curva, dicono che sia arrivata in Italia nascosta dentro un container, tra l’MDMA e la marijuana. Ultimamente è stata scoperta più volte piangere a dirotto perché le altre – perfide – minacciano di denunciarla all’Ufficio Immigrazione. L’hanno convinta che verrà «deportata”, usa lei questo termine, così ogni sera prepara le valigie e aspetta avvilita che irrompa la polizia.

Antonia, invece, per se stessa ha scelto un passato molto autorevole da rifugiata politica in Canada. In realtà non ha mai

varcato la cortina di ferro, a parte che per raggiungere l’Italia da Varsavia in treno. E’ litigiosa, sparge terrore ovunque gridando «lo racconto al mio amico carabiniere», che quasi certamente nemmeno esiste. Paffuta e morbida, ha i capelli avorio e gli occhi verde acqua. Nonostante l’età molto avanzata veste abiti alla moda e indossa sempre un paio di occhiali da sole scuri. E’ pettegola e per questo pericolosa, ma attendibile. Fonte inesauribile di notizie.

La componente femminile araba è la meno rappresentata: attualmente la struttura ospita solo Nadia, una signora di mezza età con un passato da tossicodipendente e un futuro da sieropositiva, e Karima. Nadia è fragile, vulnerabile e insicura, si difende minacciando di morte chiunque le si avvicini e quando beve – spesso – diventa sgradevole e inopportuna. Karima al contrario è amabile e portatrice di una dolcezza fuori dal comune. Racconta di un matrimonio combinato con un uomo più grande di trent’anni – viene costretta a sposarlo appena diciassettenne – con il quale nel 2014 si trasferisce nel nostro Paese e dal quale subito dopo avrà un bambino. Classe 1994, marocchina, in città non ha rapporti con nessuno, a parte che con il marito e con il figlio, visto che le viene proibito di uscire se non per fare la spesa. Nel 2015 l’uomo perde il lavoro e così decidono di tornare in Africa.

Laggiù, vessata oltre che da lui anche dalla suocera, si sente morire e scappa. E’ entrata il 20 dicembre, ieri si è presentata al dormitorio accompagnata da un uomo che si spaccia per uno zio e che ufficialmente la accompagnerà al Lazzaretto, un’altra struttura di accoglienza. Quell’uomo in maniera lampante non è chi dice di  essere e infatti a lei leggi negli occhi e nei movimenti profonda rassegnazione mentre prepara i bagagli. Se la stanno portando via, la riportano dal suo carnefice, ma non c’è niente che si possa fare. Provo ad allertare un mio superiore ma «è Karima a dover scegliere, se vuole andare, può andare via».

Puoi solo osservarla mentre prende tempo sull’inevitabile, piega i suoi abiti con una lentezza eccezionale. Nell’accarezzare sciarpe e maglioni pare voglia carezzare la sua stessa vita, come se si trattasse di un bambino impotente, innocente, sottomesso al volere crudele di altri. Quando poi la cerniera della valigia si incastra, rifiutandosi per diversi minuti di andare avanti oppure indietro, scorgi un rigurgito primitivo di ribellione. Come se quella chiusura lampo rifiutasse – per conto di Karima – di asservirsi ad un destino che altri hanno deciso esserle proprio.

Le italiane sono quasi assenti. In larga parte si tratta di persone prive di una rete familiare o amicale di sostegno; persone che si sono perse e che nessuno cerca. Claudia ad esempio ha trentotto anni ma ne dimostra quindici, è poco più che una bambina. Quando fa il suo ingresso porta sul corpo fortissimi segni di disagio. E’ sporca, puzza di urina, alle gambe indossa i pantaloni di un pigiama. La sua è una storia di violenze familiari che si protraggono fino all’età adulta quando va a convivere con un uomo che la picchia e spende tutti i suoi soldi. Si muove incerta e furtiva, se un altro ospite le si avvicina inizia a gridare e spettinarsi in maniera compulsiva.

Il suo è un caso psichiatrico ma nella sua cartella si parla solo di «forte choc emotivo». A me sembra assurdo, ma io sono solo una giornalista.

Poi c’è Elena, trent’anni, è una maestra precaria. Di giorno insegna e la sera dorme in una struttura di accoglienza per

senza dimora assieme ad altre quaranta persone. L’uomo che la accompagna ha dei precedenti anche se racconta di essere un militare dell’esercito senza impiego perché invalido. Ufficialmente sono per strada a causa della crisi economica, ma – scopriremo con il tempo – anche perché l’ultima volta che lui l’ha picchiata il padrone di casa li ha cacciati. Non voleva avere problemi.

Infine c’è Tamara, ma tutti la chiamano Toma. E’ innamorata di un medico del quale non ha più notizie da anni, è convinta che siano state “le istituzioni ecclesiastiche corrotte” a farlo allontanare. Per questo motivo è stata espulsa dalla parrocchia nella quale prestava alcuni servizi di pulizia, è rimasta senza lavoro e senza un tetto. Il sagrestano avrebbe ordito un complotto per eliminare il dottore, colpevole di adulterio. Quindi, sentitosi smascherato da Toma, avrebbe fatto in modo di eliminare anche lei, convincendo il sacerdote che la ragazza fosse una reincarnazione del Diavolo.

E’ alta e slanciata, i suoi capelli sono lunghi e neri, sempre legati dietro la schiena. Tamara è una persona elegante e aggraziata. Ha cura di se stessa e nutre una forte avversione verso tutto ciò che è sporco, quindi anche verso questo dormitorio. E’ disgustata dal dover vivere tra queste mura, tra queste persone. Trascorre le sue giornate alla ricerca di Paolo, scandagliando ossessivamente siti internet. Quando riesce a procurarsi un telefono impiega le sue ore a molestare il parroco che ritiene responsabile della scomparsa del dottore. Don Alfonso ha ricevuto fino a ottocento chiamate intimidatorie in ventiquattro ore e ha più volte allertato i militari.

Quelli, tuttavia, per fortuna di Tamara, non lo prendono sul serio.

Trovano inconcepibile, e ridicolo, che un uomo si senta perseguitato da una donna. Naturalmente innocua, naturalmente inferiore. E così il delirio di Toma si trasforma in una mania di persecuzione dell’abate. Quando i Carabinieri della vicina stazione si presentano alla nostra porta per notificarle una diffida per stalking, quasi ridono. Non smette di sorprendere, la capacità di questo luogo di cambiare le carte in tavola. Di confondere in continuazione la dimensione del reale e quella dell’assurdo. Mischiare buoni e cattivi, bianchi e neri, cuori e picche. Tamara soffre di schizofrenia e in questo momento è scoperta da un punto di vista terapeutico ma continua a rifiutare le cure. 

Nikic invece continua a sputare sangue, le sue condizioni di salute si stanno aggravando. Ha 38 anni, è stato tossico, ora è sieropositivo. Vive nel nostro Paese da molto tempo, la sua città natale è Belgrado. 

Nel cuore degli Anni Novanta l’ex Jugoslavia è in fiamme, lui uccide almeno quaranta persone, poi diserta e scappa. Lascia una donna incinta di cinque mesi, il padre – che muore poco dopo – e una sorellastra. Scoprirà più in avanti di avere anche un fratello. Sua madre invece ha lasciato la famiglia subito dopo la nascita del primogenito e si è trasferita in Albania, così Nikic, diciottenne in fuga, decide di andarla a conoscere. Quando la vede per la prima volta, però, non sente niente, nessun legame. Quell’incontro non sposta di un millimetro il baricentro dei suoi sentimenti. Si emoziona, certo, ma le emozioni sono sensazioni brevi e fugaci mentre i sentimenti sono intensi e duraturi. E a parte l’iniziale

turbamento generato dalla visione di quel fantasma, Nikic non si scompone e così decide di proseguire il suo viaggio.

Arriva da noi via mare, pochi mesi dopo si sposa e diventa padre di una bambina ma a stretto giro il matrimonio fallisce perché lui inizia a farsi. Non conoscerà mai davvero la figlia. Ha decine di precedenti, trascorre gran parte della sua vita a rubare e spacciare, dentro e fuori dal carcere. Ora aspetta di andare a processo, l’ultima volta lo hanno beccato con 40 grammi di coca, nel frattempo sconta i domiciliari al dormitorio.

 A causa dei problemi giudiziari non riuscirà mai ad ottenere i documenti e quindi a lavorare. Dice che non può tornare in Serbia perché è un disertore e «lì queste cose le paghi». Se lo condannano ancora è pronto a fuggire di nuovo: da cinque mesi mette da parte trenta euro al giorno, che se le cose dovessero mettersi male gli permetteranno di acquistare dei documenti falsi e raggiungere una frontiera qualsiasi, dice. In un Continente che ormai è tutto un confine.

Quattro denti sformati, incastrati a casaccio tra le gengive gonfie, e un Gesù appeso ad una catena in oro che sembra strafatto per come gli cade moribondo sul petto. Il naso è lungo, le orecchie a punta da elfo. Quarantatrè chili per uno e settantacinque, se lo guardi in faccia capisci subito che è reduce da una tubercolosi che gli ha preso in ostaggio un polmone perché di tanto in tanto sputa catarro misto a sangue su un fazzoletto di tela. I capelli di Nikic sono brizzolati, porta un taglio alla Germania Est il giorno prima che il muro cada: crespo sulla fronte, rado all’altezza della nuca, di nuovo gonfio sulle spalle. Si muove sicuro, sculetta con il culo ma anche con la testa, con il mento che ondeggia tronfio,

come a dire «quando voglio ti fotto»; sorriso sornione e occhiolino da seduttore sempre in canna. Scippatore professionista, Nikic ha un curriculum che è tutto un precedente. A tempo perso colleziona identità false, a sentir lui finora gli hanno sequestrato ventitrè patenti, undici passaporti e sette carte di riconoscimento fasulle. Ovviamente nemmeno Nikic è il suo vero nome ma non svelerà mai come si chiama realmente. E’ sempre pronto invece a svelarmi i trucchi del suo mestiere: ad esempio, se vuoi rubare è meglio spostarsi, e di molto, rispetto al luogo nel quale vivi. Negli

anni d’oro faceva almeno duecento chilometri in autostrada per svaligiare un negozio.

Tuttavia, all’interno della nostra struttura il serbo conduce una vita tranquilla e difficilmente si caccia nei guai. Quando, una volta la settimana, i ragazzi di una parrocchia vicina portano viveri e compagnia per i senzattetto, Nikic è sempre protagonista assoluto. Gli piace essere coccolato, lui in cambio racconta una serie inesauribile di storielle commoventi sulla guerra, la vita di strada, gli errori giudiziari.

La presenza di persone esterne – ignare o comunque disposte a credere a tutto pur di sentirsi utili e buone – decomprime l’atmosfera che altrimenti sarebbe sempre molto tesa. L’idea che mi sono fatta, dall’interno, è che un dormitorio assomigli molto ad una polveriera pronta ad esplodere. E’ sufficiente che una sola persona sia nervosa – tra persone così fragili e così diverse per storia, cultura, esigenze – perché in pochi minuti quella irrequietezza si propaghi e contagi anche tutti gli altri come in un domino. 

Rachid arriva alle 22,20. Sono fuori a fumare e riconosco da lontano la sua sagoma: due metri di uomo che infrangono la penombra con passo sicuro. «Ciao cara», mi stringe la mano ed entra. Ieri Rachid ha creato dei problemi, era ubriaco e non ha fatto dormire nessuno, così l’equipe ha deciso che questa sera verrà espulso.

Nonostante sia il 20 gennaio e fuori faccia molto freddo, non possiamo fare a meno di prendere provvedimenti per non rischiare che la situazione degeneri. Ma è troppo tardi. Quando una collega gli comunica la nostra decisione, in un attimo Rachid si avventa contro un operatore alla pari che media tra noi e gli utenti di lingua araba. Il volto di Rachid cambia completamente, gli si deforma, sembra di plastilina. Una smorfia di rabbia gli ingessa le mascelle mentre le guance si muovono senza un senso, come se soffiasse un vento possente e quelle non avessero la forza di opporsi. Il ragazzo che sta minacciando alza subito le braccia per farsi largo ma Rachid lo prende per la gola e lo costringe dietro la scrivania, in trappola. Anche il viso di Hassan è subito segnato dalle circostanze, si prosciuga e sbianca mentre gli occhi fissano

la porta e dicono «vorrei averla raggiunta prima». Glielo leggi negli occhi, che guarda quella porta e pensa che vorrebbe già averla oltrepassata. Anche il suo corpo si protrae verso l’uscita, le mani tentano di afferrarla. Hassan è una maschera di sangue, e ora Rachid gli stringe anche il cavo del computer intorno al collo, così Nikic fa come un salto, si lancia contro l’assalitore alla cieca; ché l’adrenalina è in circolo, scalpita. Afferra il carnefice, lo immobilizza, gli rimane solo la forza di gridare «Qualcuno chiami la Polizia», che però è già stata allertata. La situazione si placa in quel momento, come per magia. Ma dovremo aspettare almeno un’ora prima che una volante e il 118 vengano a prestare soccorso.

Il motivo? La chiamata proviene da un dormitorio e allora non c’è fretta. A confermarlo è lo stesso agente: quando vede che anche il collega che è stato appena aggredito è marocchino mi dice di non preoccuparmi: «E’ una lite tra loro, dovevate lasciarli fare».

E propone placidamente di non espellere Rachid, che fa storie e rifiuta di lasciare la struttura come invece gli è stato ordinato. «Lei ha idea di cosa potrebbe accadere qua dentro, da oggi in poi, se permettessimo ad un ospite che ha picchiato uno degli operatori di restare?».

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