Io, Cappellini e uno specchio

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Venerdì scorso è uscito su Rep il nuovo numero della newsletter firmata da Stefano Cappellini, responsabile della redazione politica del quotidiano diretto da Maurizio Molinari, dedicato al podcast di Selvaggia Lucarelli sulle dipendenze affettive.

Quando ho letto il pezzo di Cappellini l’ho trovato di una volgarità inaudita, particolarmente insopportabile perchè mascherato di finta ironia, finto sarcasmo, finta profondità di analisi, finto retroterra culturale. Essendo io un’amante fedelissima di tutto ciò che rappresenta un pensiero critico, pungente – anche feroce – non scontato e non conforme, riconosco lontano un miglio la differenza tra un giudizio sincero, per quanto brutale, e una simulazione. La differenza tra una stroncatura e una demolizione. E come in tutto ciò che fatico a decifrare, perchè è ambiguo, mi è sufficiente misurarne il peso per farmi un’idea più precisa: tutto ciò che è smisurato in genere è artificiale, o insano, o non ragionevole. E Cappellini, con quelle 10mila battute, chiaramente ha traboccato: nessuno ha tanto da dire per recensire il primo di una serie di 6 episodi, a meno che non voglia in realtà parlare di tutt’altro utilizzando un podcast come pretesto.

Il punto è che quando mi imbatto in qualcosa di così poco autentico e assieme così crudele, io rispondo sempre, automaticamente, comportandomi da specchio. Ho scritto su TPI, che gentilmente si è limitato ad ospitare l’opinione di una lettrice sull’articolo di Cappellini, un pezzo volutamente bastardo, ovvero più che figlio del mio modo di essere, un riflesso dell’atteggiamento secondo me deprecabile che volevo denunciare. Potete leggerlo QUI, si intitola “No Cappellini, il tema delle dipendenze affettive non può essere ridicolizzato in questo modo”, e qualora fosse necessario sottolinearlo, sottoscrivo totalmente quel che ho già scritto.

Non credo che tra persone adulte, a maggior ragione se sconosciute le une alle altre, qualcuno dovrebbe assumersi il dovere di “educare” gli altri. Nessuno è nella condizione di poter dire agli altri “si fa così”, o non ci si comporta in questo modo. La superiorità morale è una gabbia, perchè presuppone una sostanziale mancanza di reciprocità che invece per me dovrebbe regolare qualsiasi rapporto.

Ciò che posso fare di fronte alla violenza che ho percepito chiaramente leggendo il pezzo di Cappellini non è giudicarla da lontano, o tentare di ammaestrarla, io posso solo mostrarla a chi l’ha utilizzata pensando di poter rimanere impunito. E ovviamente per potergliela mostrare devo entrarci dentro, azzerare la distanza con il mio interlocutore, passare da “io sono migliore di te”  a “posso fare schifo quanto te”. In questo processo, che in fondo è compassionevole nell’accezione più alta del termine, non nascondo che conti tantissimo che come donna voglio emanciparmi in ogni modo dal ruolo di magnanima, di madre, di santa, figliatrice, levatrice, maestra, imposto dalle società patriarcali nelle quali un uomo che pubblica e vomita spazzatura farà comunque sempre meno schifo di una donna che risponde alla stessa maniera, perchè una donna non può mai fare più di tanto schifo, spettandole sempre e principalmente il compito di prendersi cura e accudire l’intera nazione.

Difendo dunque il mio articolo, per giunta con un certo orgoglio, anche perchè in questo modo Stefano Cappellini ha potuto lamentarsi con il direttore di The Post Internazionale di essere stato “coperto di insulti”, “con argomenti poco giornalistici”, “dalla prima all’ultima riga” e minacciare per questo querela. Il mio specchio insomma si è attivato alla perfezione, e ha funzionato alla grande: Cappellini crede di parlare di me ma sta parlando di se stesso. E se avrà voglia di fare i conti con questa immagine orribile che ha di sè, avrà più strumenti per poterla affrontare, altrimenti potrà querelarmi, cioè auto querelarsi – ovvero pensare che Selvaggia Lucarelli lo avrebbe dovuto querelare – tenendo però a mente che la più grande qualità degli specchi è che continuano a far emergere immagini anche quando sono in frantumi. Non c’è modo di sfuggire a questo riflesso, perchè il sapersi riconoscere di fronte ad uno specchio è ciò che differenzia gli esseri umani dalle specie meno evolute.

Per concludere, ho scritto 30 pezzi in 7 mesi per TPI. In 3 occasioni sono stata minacciata di querela, in 2 di queste da colleghi giornalisti che mi ostino a chiamare colleghi contro ogni evidenza visto che loro invece mi definiscono “pubblicista” oppure “dottoressa” come a dire che per quanto possa sforzarmi non sarò mai ammessa nell’Olimpo del giornalismo italiano.

Nell’ultimo caso, il “signore” si è rivolto al direttore della testata per la quale ho scritto forse pensando che questo avrebbe potuto convincermi a tacere o peggio ad inginocchiarmi, dopo che per 24 ore su Twitter una piccola banda di colleghi, a differenza mia certificati da Cappellini, mi ha derisa, dato dell’ignorante e diagnosticato una sindrome del Savant, mentre quello che ho definito il capobranco li lasciava fare indisturbati. L’accerchiamento si è concluso solo quando è intervenuto Giuliano Ferrara, che ho molto apprezzato perchè in buona sostanza ha messo a tacere – pur senza volere – l’ipocrisia di questo gruppetto di maschilisti asserendo placidamente che “le donne in quanto donne hanno rotto le balle”. Solo a quel punto Cappellini ha presentato querela, via WhatsApp e alla persona sbagliata – ma d’altra parte pare che a me spetti il privilegio di essere la sua prima volta.

Qualcuno mi ha consigliato di proporre una mediazione: “Cappellini, mi denunci all’Ordine dei giornalisti,” sperando che il Nostro non sia sufficientemente aggiornato circa la reale potenza di fuoco del comune Ordine professionale così da non sapere che sarebbe come denunciarmi al reparto ortofrutta del Supermercato. Altri mi hanno tranquillizzata spiegando che la giustizia italiana è talmente lenta che se pure Cappellini capisse che la querela andrebbe presentata presso un Tribunale, se ne riparlerebbe tra qualche anno. Sarà quel che sarà, ma ne approfitto per sottolineare per l’ennesima volta quanto essere giornalisti da precari sia davvero insostenibile. Il gioco non vale assolutamente la candela, anche perchè quando tra qualche anno arriverà la querela di Cappellini chissà che ne sarà stato di me, del direttore, del giornale per il quale ad onor del vero non scrivo da mesi; chissà se fortunatamente sarò già morta di stenti o se mi troverò – molto probabile – ad accollarmi da sola questa noiosissima bega da Asilo Mariuccia. Che uno dice ok, però ho sgominato un traffico internazionale di esseri umani, oppure denunciato un caso di malasanità che ha salvato la vita di centinaia di persone, o fatto ingabbiare un potente colluso. Invece no, manco questo. Ai figli che non avrò potrò solo raccontare che una volta c’eravamo io, Stefano Cappellini e uno specchio….


Al netto di questa vicenda del tutto marginale, consiglio soprattutto la lettura di questi due articoli:

Il sottile confine tra un amore infelice e la Dipendenza Affettiva della dottoressa Maria Chiara Gritti del centro Dipendiamo di Bergamo
Selvaggia Lucarelli e i negazionisti della dipendenza affettiva, dello psicologo e psicoterapeuta Enrico Maria Secci

Oltre alla visione di questo breve video di Matilde D’Errico, autrice di Amore Criminale e Sopravvissute


Proprio A Me, il podcast

Pablo Trincia e Mario Calabresi stanno lavorando con grande sapienza e cura alla costruzione di una cultura dell’ascolto in un’epoca in cui c’è solo gente che straparla ma non è più in grado di sentire. Il tema di questa nuova serie, che si intitola “Proprio a me”, è quello delle dipendenze affettive, che riguarda senza distinzioni chiunque, uomini e donne, giovani e anziani, in un modo o nell’altro. Per esperienza personale, per vicinanza, oppure perché, come suggerisce il titolo, nessuno pensa di poterne essere risucchiato finché non ci finisce dentro. Finalmente se ne parla, e per fortuna si è scelto di farlo in questo modo, che è un modo delicato e assieme potente: quello in cuffia rimane un ascolto intimo ma pur essendo fatto di sole voci il racconto è molto visivo, ha la forza clamorosa di un’immagine. Per chi ha già letto Dieci Piccoli Infami, si torna a casa.

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