La mattina dopo
di Mario Calabresi

Un libro delicato e potente, perché affronta il tema del fallimento senza retorica, senza sensi di colpa, senza rabbia e senza piagnistei.

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Se in questo momento Mario Calabresi dovesse pescare a caso una carta da un mazzo di tarocchi marsigliesi, molto probabilmente il suo numero sarebbe il 20, che rappresenta «Il Giudizio». Con questo libro smette di chiedere il permesso di agire, trascende dai mancati riconoscimenti, non si aspetta approvazione ma fa semplicemente ciò che sente: assolve le colpe degli altri, li libera e li porta quindi alla grazia. Attraverso «La mattina dopo» alleggerisce tutti di un grande peso, quello del vuoto. L’aggettivo più adatto per descrivere il suo ultimo romanzo è trasparente: nel senso che Calabresi si mette eccezionalmente a nudo ma anche nel senso che tramite un lungo racconto familiare va oltre i suoi parenti o le persone comunque a lui più vicine (trans-parens), superando una specie di conflitto genealogico che finora lo aveva visto troppo spesso come appendice di qualcun altro. 

Una premessa

Non ho amato La Repubblica di Mario Calabresi e non ho mai amato particolarmente lui. Le poche volte in cui è comparso in televisione al tempo in cui dirigeva il più importante giornale italiano l’ho trovato anonimo. Non sono probabilmente mai riuscita a sganciare il mio giudizio complessivo da quell’intervista ad Al Sisi del marzo 2016. Un’intervista che soprattutto in quel momento mi è sembrata troppo indulgente e a tratti perfino fastidiosa, ad esempio nei passaggi in cui la verità sull’omicidio Regeni finiva con l’assumere un peso nella bilancia dei rapporti commerciali tra Italia e Egitto. Un prezzo da pagare, una specie di dazio, per tenere fede agli accordi tra i due paesi.

Questa premessa è necessaria perché dopo aver letto il suo ultimo libro l’impressione più forte è stata invece opposta: oggi penso che Mario Calabresi sia un ottimo giornalista. O forse lo è sempre stato ed è solo uscito dalla bolla del “partito di Repubblica”, rinascendo più fedele a se stesso e alla sua idea di giornale (tutto sommato, «La mattina dopo» è un piccolo manuale di giornalismo narrativo, un giornalismo lento, che a distanza di tempo va a indagare che fine abbiano fatto le notizie e cerca le conseguenze «lontano dall’epicentro»). 

Bisogna essere preparati al momento del vuoto,
la prima mattina in cui nessuno
ti sta aspettando in ufficio

L’incipit di questo libro, edito da Mondadori, è talmente potente da avermi spinto a considerarlo a caldo il miglior inizio degli ultimi cinquanta libri che ho letto. C’è questa cosa, che riguarda l’informazione. Una specie di regola non scritta per cui tutto ciò che riguarda il giornalismo non può diventare una notizia. Se un giornale, o un giornalista, diventano una notizia, vuol dire che qualcosa non ha funzionato. E allora, anche quando qualcosa effettivamente è andato storto, comunque non se ne parla, perché la rete – qualcuno potrebbe definirla casta – non può avere buchi.
Si parla tanto della distanza, che andrebbe colmata, tra popolo e élite ma il giornalismo non ha ancora imparato a parlare di se stesso ai propri lettori. Certo, il giornalismo non nasce per avere voce ma per dare voce agli altri e in qualche modo affrontare pubblicamente i propri errori o parlare apertamente delle proprie difficoltà significa venire meno alla sua principale ragione d’esistere. Ma questi sono stati anni straordinariamente difficili anche per i lavoratori del settore editoriale e di fronte ad un’ingiustizia tacere di se stessi è grave almeno quanto tacere sulle brutture subite dagli altri. Certo, sono di parte, ma questo cambio di paradigma per me rappresenta la vera cifra del romanzo. 

C’è molta più umanità e verità in chi ha perso
che nell’esaltazione della vittoria

«La mattina dopo» è un libro a due dimensionI: una universale, che affronta il tema della caduta – qualsiasi significato possa essergli attribuito – e una più intima, personale, che riallaccia i fili di una lunga storia familiare.
Le due dimensioni tuttavia non occupano spazi nettamente distinti ma convivono l’una nell’altra, si intrecciano, e così in chi legge il processo di identificazione si compie senza soluzione di continuità.
E’ facile ritrovarsi nelle pagine di questo libro, soprattutto in anni come questi nei quali il fallimento è stato, come mai in passato, alla portata di chiunque. Il grande merito di Calabresi è quello di essere riuscito, nonostante tutto, a scrivere un libro “pulito”, senza cedere alla tentazione di sporcarlo di rabbia o frustrazione, che pure, come tutti, avrà ad un certo punto del suo percorso provato. 
L’esito di questo lavoro di pulizia – che sicuramente avrà richiesto una grande fatica emotiva – è una carezza, data a se stesso, alle tante persone di cui racconta e a chi legge.

Omero Ciai e Carlo Tessa

Tra le tante storie, la caduta di Omero Ciai – nota firma di Repubblica – è una delle più toccanti e probabilmente una delle più sentite. L’ultimo atto della direzione Calabresi è la nomina di Ciai ad inviato speciale «per ricordargli chi è nei momenti più difficili». Prima non gli aveva mai dato quell’incarico «anche se lo meritava perché poteva essere male interpretato, come un regalo ad un amico». 
Tra i passi che più mi hanno colpito cito anche il capitolo, sul finale, dedicato a Carlo Tessa, padre illuminato della nonna: avere il coraggio di essere sé stessi deve essere davvero molto complicato quando per riuscirci devi non solo rivoluzionare il tuo modo di guardarti e finalmente vederti, ma sovvertire regole che non hai scritto nè scelto.

Il giorno prima

Penso che «La mattina dopo» sia un’idea geniale, un format vero e proprio che mi auguro possa sopravvivere all’uscita del romanzo ed essere declinato anche in altre forme. Tra le altre cose, questo libro mi ha fatto ripensare ad uno degli articoli ai quali sono più affezionata, anche se in realtà quella è una storia del giorno prima. Anni fa ho potuto intervistare una delle sopravvissute alla strage di Bologna che per via del trauma vissuto mi spiegava non avere ricordi di quella mattina, nè di quelle successive. Era molto arrabbiata con i giornalisti e nonostante avesse accettato di parlarmi insisteva nel dire che non sapeva di cosa parlarmi perchè la sua vita in pratica era finita quel giorno. Ad un certo punto ho allora pensato che probabilmente quella mattina era andata a rifugiarsi in un altro tempo, al riparo. E così abbiamo scoperto assieme che anche lei, come tutti, conservava dei ricordi, estremamente nitidi nonostante i trent’anni trascorsi e l’amnesia, di quel 2 agosto 1980. Anche se in apparenza risalivano a dodici ore prima, erano indissolubilmente legati a quello che poi sarebbe accaduto: quella mattina era felice, tanto felice, perchè la notte prima l’aveva trascorsa a cucirsi a mano una maglia che avrebbe indossato l’indomani a lavoro, al bar della stazione.


Per esattezza, non ho letto «La mattina dopo» ma l’ho ascoltato, dalla voce di Mario Calabresi su Audible. Per me è stata la prima volta: nonostante il pregiudizio – mi piace l’odore della carta al mattino – devo dire che l’esperienza è stata molto positiva. La lettura è lunga appena tre ore e per i nuovi abbonati il primo mese è gratuito. 


Il Sogno

Liberamente ispirato alle prime righe di La mattina dopo, di Mario Calabresi

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