raccolte fondi malika luana

La moda delle raccolte fondi
a tema sociale

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Ultimamente qualsiasi notizia che riguardi temi sociali, che abbia avuto un risalto mediatico, diventa una raccolta fondi. È successo molto di recente con Malika, la ragazza cacciata violentemente di casa dai genitori dopo il suo coming out, ed è successo con Luana, la ventiduenne che ha perso la vita sul posto di lavoro, schiacciata da un rullo in una fabbrica tessile di Prato. In tutti e due i casi, e in molti altri, decine di migliaia di euro raccolti in poche ore. Ma questi crowdfunding non sembrano tanto utili ad affrontare e risolvere problemi concreti quanto strumentali alla perpetuazione di narrazioni giornalistiche e televisive appositamente confezionate per sconvolgere, più che coinvolgere. Senza contare che non c’è raccolta fondi a tema sociale che diventi virale senza la spinta di quegli influencer che sempre di più, negli ultimi tempi, cercano di piazzarsi sul mercato cavalcando i trend più popolari.  

Tutti per uno

È ambiguo, ma potrei anche dire abominevole, che passi l’idea che ognuno debba cavarsela da solo, per molti versi affidandosi al caso, al buon cuore del popolo del web o di un account Instagram superdotato. Perché se il tentativo è quello di mettere una pezza alle mancanze del nostro stato sociale, il risultato è esattamente opposto: è proprio in questo modo che il nostro welfare si disfa. Se diventa l’affare privato di singoli, solo di quelli che da morti sono considerati notiziabili da parte della stampa, se è governato esclusivamente da un algoritmo, vuol dire che chi avrebbe più bisogno, perché drammaticamente invisibile e solo, non ha diritto alla nostra attenzione. E’ tagliato fuori. Da quella che non assomiglia per niente ad una gara di solidarietà ma ha soprattutto i connotati dell’ennesimo circo, messo in piedi per fomentare il clickbait e l’opinionismo spiccio di massa, con il tema caldo del giorno distribuito come fosse mangime.

Queste raccolte fondi istantanee bruciano in poche ore la nostra capacità di rispondere a problemi sociali con soluzioni universali. La capacità della nostra società di astrarsi. E di crescere, perchè non esiste crescita umana che possa realizzarsi nell’arco di una giornata. Sappiamo che è più semplice esprimere vicinanza verso persone che non si conoscono. Sappiamo tutti che la lontananza rispetto ad alcune vicende è uno scudo, molto spesso si è più disposti a svelarsi a sconosciuti che a persone molto care; costa meno fatica, perchè non comporta la fatica di non essere accettati per come si è. E’ un vuoto a perdere, ti dò quello che sono ma di quello che sono puoi farne quello che vuoi, perchè il tuo giudizio non mi sfiora. Questa dinamica è così confortevole, peraltro, anche perchè incontra un’identica assenza di fatica nel senso opposto: ti aiuto proprio perchè non so chi tu sia, e quindi non devo farmi carico di scoprirlo o di averne riguardo. 

Raccolte fondi antisolidali

Per questi motivi ho l’impressione che queste raccolte fondi siano in realtà un collettore della peggiore indifferenza e noncuranza. C’è infatti un aspetto comune a tutte le raccolte di denaro a fini sociali, ovvero la totale mancanza di dibattito o reale immedesimazione: socialmente, e cioè al di là del caso specifico, rappresentano il nulla. Non sono utili a fare in modo che le vicende alle quali si tenta collettivamente di reagire non si ripetano. Non creano cultura sul tema ma tutto viene ridotto e si esaurisce in una donazione fine a se stessa. Non che io reputi poco rilevanti i costi vivi che le vittime di una tragedia si trovano improvvisamente a dover affrontare, ma quanti sanno dire con precisione a cosa serviranno i soldi che sono stati donati? Quanto sono trasparenti queste campagne? Quante volte, al di là dell’imminenza, i contributori sanno come sia andata a finire?  

La maggior parte delle volte i crowdfunding non si fermano raggiunto l’obiettivo prefissato, che si immagina fosse stato ponderato e ritenuto sufficiente a far fronte all’emergenza, ma continuano a bruciare finchè la sensazione di stare facendo qualcosa di utile continua ad ardere nei sottoscrittori. Finisce regolarmente che migliaia di euro di risorse vengono in buona sostanza sprecate. Ma nessuno chiede conto di questo spreco. E dell’ipocrisia che riflette: se lo Stato italiano destinasse in maniera altrettanto inoculata e spropositata i propri fondi sulla base di un’adesione esclusivamente emotiva, si griderebbe allo scandalo. 

Ma l’aspetto per me più preoccupante è che non rimane regolarmente nessuno a gridare all’ingiustizia – la raccolta fondi funziona come un indulto – e che pochi hanno coscienza del fatto che dovrebbero essere le istituzioni a fare in modo che una diciottenne cacciata di casa, vittima di omotransfobia, non debba ritrovarsi abbandonata a se stessa, a vivere in condizioni che ledono la sua dignità, oppure che le vittime secondarie di una cosiddetta morte bianca dovrebbero essere risarcite dallo Stato, che noi tutti sovvenzioniamo attraverso il pagamento delle tasse.
E’ anche molto pericoloso convincersi che l’unica azione in nostro potere per combattere i guasti del nostro Paese sia quella di contribuire economicamente al loro superamento. Questa convinzione ci porta ad ignorare tutte quelle criticità che non possono essere risolte a furia di bonifici, cioè la gran parte. Ad esempio la notizia che a Fano un ragazzo di 18 anni che si trovava in classe è stato prelevato dai Carabinieri e sottoposto a TSO perchè rifiutava di indossare la mascherina, non ha suscitato l’impegno e il sostengo che avrebbe dovuto a livello nazionale.

Se si educa la società al fatto che l’intervento in difesa delle persone più fragili possa essere solo finanziario, usa e getta oppure indotto da un social media manager, si applica una sostanziale amnistia collettiva all’insensibilità. Se alcuni decidono a tavolino quali vittime siano degne di un aiuto e quali no, mentre tutti gli altri si devono arrangiare, siamo nel pieno di una anestesia totale, della quale non ci rendiamo nemmeno conto perchè di tanto in tanto un giornale o un signore dei like ci risveglia dal sonno con uno stimolo automatico, cioè l’ennesima racolta fondi da record.

Più in generale rimango convinta che l’azione più potente che ognuno possa compiere per migliorare il mondo nel quale vive debba essere compiuta nel proprio medio immediato. Ho idea che la grande maggioranza delle persone che partecipano ai crowdfunding un tanto al chilo, senza nemmeno sapere con precisione come verrà utilizzato il loro contributo, non abbiano idea di cosa stia accadendo al loro fianco. O che, ancora peggio, così tante persone si siano convinte che qualsiasi cosa accada sarà sufficiente citofonare ad uno che smuove opinioni per essere salvato in 24 ore.
Sempre che tu sia abbastanza fotogenico da meritarlo.


Ho scritto questo pezzo ispirata da quanto letto oggi sulle storie Instagram di Selvaggia Lucarelli, che considero una mia grande maestra e che in larga parte aveva già affrontato ieri lo stesso tema – nel video al quale avevo linkato nell’ultima frase del post e che adesso pubblico per comodità anche qui affianco, invitandovi a vederlo.

Scriveva nel pomeriggio di venerdì Selvaggia: “Per la stampa esistono morti di serie a e morti di serie b. E spesso, il fattore determinante, è quello estetico. La morte di Luana e come il contenuto di un mio tweet è stato strumentalizzato nel solito modo becero”.

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