Lorenzo Tosa
e la sinistra italiana

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La notizia è che la seconda pagina più seguita su Facebook, per interazioni, è quella di Lorenzo Tosa. Subito dietro quella di Matteo Salvini, davanti a Enrico Mentana e Giorgia Meloni. «Tosa super star dei social», titola oggi il Secolo XIX in edicola.
Lorenzo chi?

Con 3,7 milioni di interazioni a settimana, è molto probabile che anche se non lo segui sui social network, almeno uno dei tuoi contatti lo abbia condiviso. E’ il mio caso: nonostante non abbia mai cliccato mi piace sulla sua pagina pubblica, da qualche mese a questa parte mi capita sempre più spesso di imbattermi di riflesso sui suoi post. 
In effetti, in circa dieci mesi, i suoi contenuti social sono diventati a dir poco popolari tra gli utenti vicini – diciamo così – al centro sinistra italiano.

Lorenzo Tosa star dei social

Ma facciamo un piccolo passo indietro. Domenica 10 ottobre 2019, Lorenzo Tosa pubblica lo screenshot di una classifica che lo vede occupare il secondo posto di un podio a quattro: «Provo a dirvelo nel modo più semplice. Questa che state leggendo è oggi, con 3,7 milioni a settimana, la seconda pagina Facebook più seguita in Italia per numero di interazioni. In assoluto». 

lorenzo tosa classifica

Non è chiaro quale sia la fonte e d’altra parte nessuno chiede chi abbia stilato l’elenco, o su quali basi. Chi ci prova – ad esempio un ragazzo che si chiama Luca Manicardi – viene liquidato da Tosa senza ricevere una risposta vera: «Temo che tu non sappia leggere un post di 20 righe (e capirlo). Si chiama analfabetismo funzionale. O malafede. Scegli tu». Segue una scia di commenti a trenino postati dai tifosi di Tosa che si soffermano sull’infelicità di Manicardi senza centrare il problema.
Eppure, cercando un qualsiasi appiglio in rete non si trova nemmeno una minima traccia dei dati pubblicati da Tosa: nessun quotidiano o sito riprende la notizia, che quindi diventa un po’ meno notizia. 
Il motivo? Si tratta evidentemente di una classifica autoprodotta attraverso gli insight di Facebook. Cosa significa? Chi amministra una pagina ha a disposizione una serie di strumenti per monitorare l’andamento della propria fan page e di quella dei propri competitor su base settimanale. Tosa ha semplicemente pubblicato il grafico dei post più popolari delle pagine che tiene sotto controllo incollandoci sopra anche i propri dati, riferiti esclusivamente all’ultima settimana. 

Provo a dirvelo nel modo più semplice (cit.)

  1. La classifica pubblicata non ha alcun valore, non riporta in calce una leggenda che aiuti a leggere i dati, è muta. Ad oggi, quindi, non sappiamo esattamente di cosa si tratti l’unica cosa certa è che il post registra quasi 19mila interazioni sulla fiducia;
  2. A meno che Tosa non monitori ogni singola pagina Facebook d’Italia (e questo, vi risparmio la fatica di immaginarlo, non è possibile) la sua classifica non è attendibile;
  3. Di solito l’arbitro non può fare gol – che la sua pagina Facebook sia la seconda in Italia lo stabilisca qualcun altro, allegando comunque una nota metodologica.

Concediamo a Lorenzo Tosa di scegliere se la sua sia ingenuità o malafede, in tutti i casi il fenomeno Tosa vale la pena di essere analizzato anche da altri punti di vista.
I suoi post sono di solito commenti a notizie già note, di natura principalmente politica. Brevi, riassuntivi e partigiani. A fare la differenza rispetto a molti altri opinionisti social sono due fattori su tutti: l’abilità nell’individuare gli argomenti che in quell’esatto momento tirano di più (senza andare troppo indietro nel tempo, dal rogo alla Pecora Elettrica alle minacce di morte a Pier Paolo Spinazzè – il writer che copre le svastiche) e la sua incontestabile capacità narrativa (Tosa è un abile scrittore, nostro signore del Climax). 
Tutte le volte in cui mi è capitato di leggere di straforo Lorenzo Tosa  l’ho trovato volontariamente confortevole, cioè confortevole in maniera calcolata. Non ho mai letto niente di scomodo, niente che potesse rischiare di sollevare un dibattito, aprire un varco nel pensiero unico, crepare il fronte compatto dei suoi tifosi, che appartengono in partenza ad un preciso campo politico. Definirei i post di Lorenzo Tosa la carezza tarocca di Papa Roncalli, parabole iperboliche di un apostolo 4.0. Scorrendo i commenti dei suoi fedeli, difficilmente ho trovato un’ombra, un dubbio, un’esitazione. A parte in un caso.

E’ una calda giornata di fine agosto – scriverebbe lui – e su uno dei post più virali degli ultimi trent’anni (ripreso da Avvenire, 135mila mi piace e 44mila condivisioni) Michele Smargiassi – uno dei più brillanti giornalisti italiani, autore tra le altre cose di Fotocrazia – scrive:

«Posso dire che mi sembra un bell’apologo inventato. È solo una sensazione. Ci sono tutti gli elementi formali di un apologo ben raccontato, compreso l’uso di una foto che non sappiamo se sia riferita all’episodio in questione. È del tutto possibile che episodi come questo siano accaduti (fra i commenti a questa storia virale ci sono racconti simili), ma qui siamo di fronte a una narrazione, che non possiamo verificare, e che in questo caso somma molti stereotipi strappa-empatia. Vero o un po’ “assistito” che sia, siamo forse di fronte al tentativo di creare una narrazione che capitalizzi i buoni sentimenti, in funzione antagonista rispetto alle narrazioni che capitalizzano paure ed esclusione. Dovremmo chiederci se ci servano questi antidoti, se sia utile o giusto semplicemente ribaltare quelli cattivisti. Col rischio di utilizzare per questo alcuni cliché un po’ paternalisti (la mamma nera che espone sua figlia al caldo torrido, le buone mamme bianche salvatrici…)».

Gioco, partita, incontro.

Il cuore al posto della pancia

Ho iniziato a trovare Lorenzo Tosa in qualche modo interessante solo quando ho visto che alcuni amici lo condividevano con sempre maggiore foga. Interessante, da quando ho iniziato a chiedermi: perché questa valanga di persone ha bisogno che Lorenzo Tosa gli faccia il riassunto puccioso della notizia a più alto tasso emotivo della giornata?
Questo tema, sì, mi appassiona. Il bisogno che le persone hanno di sentirsi dire quello che vogliono sentirsi dire, di qualcuno che incarni i loro dogmi, che non gli faccia la scortesia di mettere in dubbio ciò che sono o ciò in cui credono. «La sinistra riparta da Lorenzo Tosa», è dietro l’angolo (o forse ha già svoltato, visto che qualcuno inizia a spammare i suoi post nel gruppo Pd Community come fulgido esempio di narrazione politica vincente – nostro eterno tallone d’Achille). 
Eppure, non è vero che la narrazione di Salvini è solo odio e violenza, tutto è iniziato con i gattini e tutto finisce, sempre, con un bacione. Così come non è vero che in Tosa è tutto bellezza e sorrisi, anche lui canalizza sentimenti di rabbia, anche il suo organo preferito è la pancia, pure se a sinistra più volentieri lo chiamiamo cuore. E’ la solita vecchia comunicazione emozionale, uguale e contraria a quella salviniana, che soprattutto dalle nostre parti non sposta un solo voto, al massimo è collante per uno zoccolo duro già militante che non ha bisogno di essere convinto. Di più, questo tipo di narrazione scientificamente «buonista» è controproducente perché non fa altro che avvalorare quella «cattivista». Gli opposti non solo si attraggono ma si reggono l’uno sull’altro.

Chi è Lorenzo Tosa

Molto probabilmente una certa maggioranza dei suoi follower non sa che Lorenzo Tosa non è esattamente un ragazzo come tanti, non è nato sotto un cavolo in una notte, non è l’uomo provvidenziale che tutti (?) aspettavamo per insegnarci come ci si siede alla tavola di Facebook e mostrarci come battere la Bestia a suon di interazioni social. 
Tosa è stato capo ufficio stampa del Movimento Cinque Stelle per la regione Liguria fino allo scorso gennaio ed è stato candidato, lo scorso maggio, alle elezioni europee con Più Europa Italia in Comune. 

Al passato da pentastellato – anche se lui precisa di non essere mai stato grillino – deve sicuramente la naturale attitudine al virale (d’altra parte se la comunicazione social ha preso il sopravvento sulla politica non lo si deve a Luca Morisi ma al Blog delle Stelle) mentre la fallimentare esperienza da candidato per il nuovo partito radicale deve avergli insegnato l’arte del trasformismo (appena lo scorso 29 aprile, Tosa a caccia di voti per le europee, si definiva liberal-democratico in antitesi tanto al Movimento che al Pd: «queste due forze politiche – scriveva – prima o dopo, presto o tardi, finiranno per costruire un presunto e goffo fronte anti-Salvini a sinistra». Lo stesso fronte dal quale oggi, con una certa astuzia, pesca a piene mani i «mi piace»).

Il primato dei social sulla politica

Sollevo allora alcune questioni: perché gli elettori che si riconoscono nel centro sinistra italiano e più in particolare nel Partito Democratico devono raccattare chiunque, da Carlo Calenda a Beatrice Lorenzin passando per i Dario Nardella, senza mai fare i conti con la storia che fino a quel momento gli ultimi arrivati (non) hanno rappresentato? Essere un partito aperto e inclusivo significa esserlo nei confronti degli elettori, non della classe dirigente. 
Ma poniamo pure, per un istante, che quella di Lorenzo Tosa sia la pagina con maggiori interazioni Facebook dopo quella di Matteo Salvini, riconosciamo pure in Tosa l’antiSalvini, ma si sappia che Lorenzo Tosa ha preso 1308 voti alle scorse europee. E’ uno dei grandi trombati di quelle elezioni. Perciò devo darvi una notizia: fare politica non significa ammassare comodamente da una parte tutti quelli che stanno dalla tua parte ma convincere chi non ci sta, a starci; l’onda nera non la arresta chi piglia più cuoricini tra quelli che già ti amano, ma chi percorre più chilometri in terra straniera, tra le strade meno battute. 

Nel frattempo comunque, si aprano le scommesse, Lorenzo Tosa capitalizzerà il suo tesoretto di «mi piace», sarà candidato dalla sinistra, o diventerà opinionista di punta di un grande giornale di sinistra. In un modo o nell’altro, farà strada, il ragazzo. Perché il problema del Pd di Renzi era che non si è riusciti a comunicare le belle cose fatte e quello di Palermo, come è noto, il traffico.


Aggiornamento delle ore 19.19 del 12 novembre 2019
Scrive Tosa, sei ore fa: «Mentre i fan di Salvini e Meloni, insieme, diffondono sui social mezzo milione di fake news al mese, Noi senza un euro, senza pubblicità, senza bot, senza fake, senza selfie, senza odiare, senza alcuna vetrina, scorciatoia, né alcun sponsor alle spalle, siamo diventati la seconda pagina personale in Italia. La seconda. E la prima in assoluto per tasso di crescita».
Dalla Bestia al Mostro. La pagina di Lorenzo Tosa è sicuramente molto seguita e in costante crescita ma con 133mila “mi piace” escludo – senza nemmeno impegnarmi in una ricerca – che sia la seconda pagina personale in Italia o la prima in assoluto per tasso di crescita (a meno che le migliaia di pagine che superano il milione di seguaci giochino nel campionato marziano). Infine: Tosa tra aprile e maggio ha sponsorizzato la sua campagna elettorale su Facebook con 410 euro. La cifra, per carità, è ridicola ma dire “noi senza un euro” ha tutto il sapore di una fake news. Occhio che a scivolare si impiega un attimo. E occhio che per fare propaganda – “Azione che tende a influire sull’opinione pubblica, orientando verso determinati comportamenti collettivi” (Treccani) – non bisogna necessariamente avere alle spalle un partito politico.

Aggiornamento delle ore 9.36 del 13 novembre 2019
Mi scrive Giorgia Olivieri:  “Sui radicali sai che mi si rizzano i peli delle braccia quando si fa passare per trasformismo quello che io chiamo laicità ma tant’è. Chiamare radicale un pizzarottiano per me è una roba che grida vendetta ma sono io che sono allergica ai 5 s, specialmente quelli della prima ora. Su di lui, impossibile non sentire la fuffa a forza di viralità infatti ho perso interesse alla seconda volta che l’ho visto. Per me è così anche Stefano Massini, per esempio, ma la colpa è sicuramente mia che non mi piacciono questi cantori del buonismo, usando un termine che hai usato tu. Io sono una grande fan della complessità del reale, liquidare tutto quindi con una favoletta già di per sé è sbagliato”.
Accolgo il suo intervento e ammetto che l’equazione “radicali uguale trasformismo” è a dir poco riduttiva e semplificata. Avrei dotuto soffermarmici maggiormente ma visto che lo ha fatto lei, pubblico e faccio mio il suo commento.

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