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Facebook diventerà
il più grande cimitero
al mondo

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Nei confronti di Facebook ho sempre provato una certa diffidenza e infatti sono stata l’ultima, tra i miei amici, a cedere alla tentazione di iscrivermi, intorno al 2010. Fino a quel momento i ragazzi della mia generazione si incontravano in internet attraverso Myspace, una rete di persone che in comune avevano una passione per la musica. Nato per offrire uno spazio virtuale alle band emergenti, il social fondato da Tom Anderson, tra il 2006 e il 2009 è stato la piazza più affollata del web riunendo non solo musicisti ma praticamente chiunque. Conviveva pacificamente con Flickr, una specie di sosia il cui minimo comune denominatore era rappresentato dalla passione per la fotografia, e niente – fino all’ultimo – faceva presagire che in pochissimo tempo un nuovo social network sarebbe riuscito a sgretolare queste due comunità.

Ma così è stato.

Cambiamento di paradigma

Per me Facebook rappresenta il lato più marcio dell’evoluzione sociale nella dimensione tecnologica. Prima di Facebook i social network avevano lo scopo di far incontrare persone lontane, o comunque sconosciute; ma internet era solo un ponte, una strada di accesso per il reale. All’epoca era normale, cioè molto probabile, che gli avatar assumessero prima o poi sembianze umane e che account digitali si dessero appuntamento in carne e ossa per un caffè. Tramite Myspace ho conosciuto realmente decine di persone, alcune delle quali sono poi diventate davvero mie amiche. A partire da un interesse comune di natura culturale: la musica oppure la fotografia.
Facebook scardina questo meccanismo e inverte il paradigma. Prima di tutto perché il suo scopo è far incontrare virtualmente persone che magari si sono perse di vista ma già si conoscono nella vita reale; secondo: non c’è un filo, un interesse, che leghi queste persone a parte le persone stesse.
Assuefatti ormai a queste regole, non sembra irragionevole circondarsi online solo delle perone più care. Ma a ben vedere Facebook è l’emblema dell’asocialità e dell’auto ghettizzazione. Prima di Facebook solo una persona particolarmente stupida avrebbe risposto ad una tua richiesta di contatto domandandoti: «scusa, ci conosciamo?». Nessuno, ma proprio nessuno, l’avrebbe rifiutata perché non sapeva chi fossi. Il senso di internet era proprio quello di abbattere qualsiasi tipo di muro tra te e il resto del mondo: per i confini geografici, o di età, avevamo già a disposizione il mondo reale.

Solitudini e narcisismi

Ma nonostante Facebook si regga su un archetipo del tutto insensato e incoerente, finora ha fatto la parte del leone nei nostri rapporti virtuali per due motivi su tutti. Primo: trasferire nel virtuale il reale è un’operazione assai meno complicata di quella uguale e contraria. Anzi, è molto comodo e confortevole. Ti permette di saltare tutta la parte in cui dai il meglio di te stesso per dare una buona impressione e raggiungere un buon livello di confidenza; ti permette di gestire i tuoi rapporti solo secondo i tuoi tempi e solo secondo i tuoi bisogni; di esserci per gli altri solo quando ne hai voglia, potendoti trincerare dietro una mancata visualizzazione. Essere amici per finta è indubbiamente una grande trovata e questo è il motivo principale per cui Facebook continua a macinare iscritti che non si parlano tra loro nemmeno per finta. Eh già, perché quando il processo di introversione fa tutto il giro finisce che ognuno è amico reale solo di se stesso. Alla lunga, in un regime di solitudine, si sopravvive solo a forza di massicce dosi di narcisismo. Che non è mettere se stessi prima, o al di sopra, di tutti gli altri e non è solo parlare in prima persona o fotografarsi allo specchio. E’ circondarsi principalmente di persone di successo, è sedurre le proprie vittime per isolarle e poterle infine distruggere.

Avrete tutti perfettamente notato che finché si parla di cazzate il numero di interazioni esplode ma se provate a condividere un pensiero qualitativamente alto la maggior parte dei vostri contatti è in genere offline. Siamo sommersi da gente che si è fatta da sola, che si parla addosso, che esprime quotidianamente pensieri banali spacciandoli per verità assolute. Facebook è un ricettacolo di persone che nella vita di tutti i giorni pensa di non valere niente ma che protetta da uno schermo si esprime senza filtri. Gente dissociata da se stessa, da quello che sarebbe se la incontraste di persona.

Facebook down

Ho letto di recente una frase – chiedo venia ma non ricordo dove e non sono quindi in grado di attribuirle un autore – che diceva: «presto Facebook diventerà il più grande cimitero al mondo». 
Per molti versi un’importante flessione è già in atto. Che si tratti sempre di più di una vetrina utile solo alla propaganda politica o ai grandi gruppi editoriali è sotto gli occhi di tutti. Che la chiusura aprioristica nei confronti degli estranei alla propria cerchia di amicizie abbia alimentato un sostanziale isolamento è sempre più evidente. Facebook assomiglia sempre di più al Twitter degli anni d’oro, in cui un numero ridicolo di account gestiva il gioco anche per tutti gli altri, che stavano fondamentalmente a guardare.

Socialità piramidale

Il problema di Facebook però è un altro. Twitter si è accartocciato su se stesso perché ad un certo punto è apparso irrimediabilmente elitario e perché a qualcuno è sorto il dubbio che a funzionare non fosse il dono della sintesi ma l’assenza di contenuti. Il problema principale di Facebook è invece che il suo modello di socializzazione assomiglia dannatamente al marketing piramidale.
Il marketing piramidale in molti Paesi, tra cui l’Italia, è spesso considerato illegale perché non sostenibile. Sintetizzando, e banalizzando, il numero di clienti – o di amicizie – non è infinito ma il reclutamento diventa sempre più complicato mano a mano che si compie, fino a diventare impossibile.
Basare un social network solo sull’interazione tra persone che già si conoscono implica che arriverà un momento – che è già arrivato – in cui avrai già ritrovato tutti i tuoi vecchi compagni delle elementari, o del liceo o dell’università. Rintracciato tutti i tuoi ex fidanzati, ex professori, ex colleghi di lavoro. E il gioco sarà finito.

Perchè il vecchio muoia…

Di tanto in tanto qualcuno cerca di convincere gli altri ad annullare in massa l’iscrizione a Facebook. Indubbiamente gli utenti sono i veri padroni di questa azienda (come di tutte le altre) e da un momento all’altro – se organizzati – potrebbero far crollare lo stato indipendente fondato da Mark Zuckerberg e deporre il suo primo ministro autoeletto.
Ovviamente questa ipotesi è seducente, soprattutto in tempi di populismo e di contrasto allo strapotere delle compagnie tecnologiche ma non è praticabile per una semplice ragione.
La tecnologia non conosce tempi vuoti, perché venga superata occorre che prima qualcosa di diverso sia nato. Pochi, pochissimi o nessuno accetterebbero davvero di abbattere questo sistema senza sapere prima dove approdare. Puoi riuscire a creare masse di profughi o transfughi digitali solo se sai dove dirigerli. Perché peggio di una finta socialità c’è solo la solitudine vera. Senza contare che se tutte, o quasi tutte, le nostre interazioni passano attraverso queste piattaforme, come – cioè dove – potremmo riuscire ad organizzare questa diaspora?

Facebook vs Instagram

In tutti i modi, che il percorso già tracciato, e per molti versi congenito, sia questo non ci sono dubbi. Infatti Facebook ha aperto il suo paracadute acquistando già in tempi non sospetti Instagram, una specie di evoluzione di Flickr (leggi alla voce se non puoi batterli, alleatici). In questo momento quindi il rischio più concreto è quello di finire schiacciati in un ingranaggio di scatole cinesi. Cambi piattaforma ma il padrone, e le regole, sono sempre gli stessi.

Fine parte 1

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FOTOGRAFO: monteirorossi TAGS: estate lomography400 lomolab nikonfm volkswagen FOTOCAMERA: Nikon FM PELLICOLA: Lomography Color Negative 400 (35mm)(DISPONIBILE NEL NOSTRO

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