Monteiro Rossi sono io

Francesco Monteiro Rossi è uno dei protagonisti di Sostiene Pereira, il più celebre dei romanzi di Antonio Tabucchi, pubblicato da Feltrinelli nel 1994. Il libro è ambientato a Lisbona, a cavallo tra gli Anni Trenta e Quaranta in piena dittatura salazarista, e racconta la storia di un giornalista che dirige l’inserto culturale di un quotidiano della sera, il Lisboa.

Monteiro Rossi diventa suo malgrado allievo del dottor Pereira, che lo contatta per proporgli una collaborazione esterna dopo aver letto su una rivista un suo saggio filosofico sulla morte. Per il Lisboa dovrà scrivere dei necrologi anticipati, i cosiddetti coccodrilli, in modo che il giornale sia pronto qualora grandi personalità della cultura vengano a mancare improvvisamente.

Monteiro Rossi è un aspirante giornalista per il quale il giornalismo è militanza, uno strumento di libertà, o disobbedienza, una risorsa alla quale attingere per cambiare in meglio la vita delle persone, soprattutto quelle più fragili. Un luogo di denuncia.
È un giovane che ha qualcosa da dire e sa come dirlo ma il regime di Salazar da una parte e il grande senso di protezione del suo direttore dall’altra cercano di disinnescare la sua battaglia per la verità, il suo entusiasmo, la sua indole ribelle rispetto all’ordine costituito delle cose – la dittatura, i fascismi che avanzano inesorabilmente in tutta Europa – confinandola in argomenti confortevoli per l’opinione pubblica.

Con il passare del tempo si scopre che con tutta probabilità a firmare gli articoli di Monteiro Rossi è in realtà una donna, la sua compagna Marta, alla quale senz’altro nessun giornale agli inizi del Novecento avrebbe affidato una rubrica, a maggior ragione pubblicato pezzi che non affrontassero temi tipicamente “femminili”. In tutti i casi sarà lui, Monteiro, a pagare con il sangue il suo impegno civile, mentre il vecchio cronista di nera che l’aveva scoperto e avrebbe voluto crescerlo nella sua redazione si troverà in maniera innaturale a raccoglierne il testimone, l’eredità ideale, la forza di opporsi in un’epoca in cui sarebbe stato più facile adeguarsi.

Ma d’altronde in tutte le epoche tacere è più semplice che parlare, conformarsi più facile che dissentire, essere un uomo più comodo che essere una donna.


Anche se questo non è un giornale, voglio precisare che sono a favore del finanziamento pubblico. Quello ad essere informati è un diritto sancito dalla nostra Cosituzione e spetta quindi allo Stato garantirlo, anche con sostegni economici. Anche economicamente, perchè la stampa sia libera da interessi di parte e perchè chiunque – e non solo chi può contare su un capitale o su un gruppo editoriale – possa fare informazione. Chi si schiera contro questo ragionevole principio di democrazia, solamente per poter chiedere ai propri lettori un contributo, ti sta prendendo per il culo. Finge di essere libero ma è schiavo della retorica più conveniente. Ti sta solo dicendo quello che molto probabilmente vuoi sentirti dire, ormai convinto da un’assillante propaganda politica che ha individuato nel finanziamento ai giornali l’origine di tutti i tuoi mali. Ma quando io parlo di libertà dell’informazione dico che un giornalista deve essere libero anche rispetto ai propri lettori: non considero nemmeno te e i tuoi personalissimi bisogni, miei padroni. Il buon giornalismo non agisce nelle zone di conforto, ha senso di esistere solo quando è scomodo.

D’altra parte, il fatto che questo strumento sia stato negli anni utilizzato (anche) in maniera illecita non è di per sè ragione sufficiente per considerarlo inadatto: altrimenti, il fatto che qualcuno speculi sulla sanità pubblica, dovrebbe portarci a credere che l’unica soluzione possibile sia privatizzarla.

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