Muore dopo un anno di coma. Carabiniere verso il processo

Muore dopo un anno di coma. Carabiniere verso il processo

Un tunisino di 30 anni, Houssem El Haji era caduto nel 2011, picchiando la testa, dopo una rissa fuori da un pub. Nel 2013 l’inchiesta riparte da zero. Ora il militare è accusato di omicidio preterintenzionale

Cantava Lucio Dalla che nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino eppure può capitare che nel cuore pulsante della movida universitaria un ragazzo perda la vita. Senza che sia chiara la dinamica dei fatti, senza che venga effettuata una ricognizione fotografica sulle videocamere installate lungo quel tratto di strada e senza che nessuno risulti indagato. Anzi, peggio. Perché per un lungo anno l’unica persona ad essere indagata per i fatti di via delle Moline sarà la vittima.

Houssem El-Haj è un ragazzo tunisino, classe 1983, sbarcato a Lampedusa su una nave di cartone. Ha un permesso per motivi umanitari ed è diretto a Tolosa, dove ad attenderlo ci sono alcuni parenti e un lavoro, ma nel corso della risalita lungo lo Stivale qualcosa va storto e la sua vita si spezza all’altezza dell’Emilia-Romagna. E’ il 22 giugno del 2011, un mercoledì. Houssem ha deciso di trascorrere qualche giorno sotto le Due Torri ospite di un cugino, in attesa di ripartire e raggiungere la Francia. Ma invece, alla fine di quella giornata, il ragazzo si ritroverà improvvisamente riverso su una pozza di sangue con il cranio sfasciato, entrerà in coma e non si risveglierà più. Ora, a quattro anni dall’accaduto, il Pm Beatrice Ronchi ha chiesto il rinvio a giudizio per un militare dell’Arma dei Carabinieri accusato di omicidio preterintenzionale.

E’ estate, sono le tre del mattino, Houssem viene trasportato d’urgenza all’Ospedale Maggiore dove finisce sotto i ferri per una craniotomia decompressiva per ematoma sottodurale acuto. Un mese più tardi viene trasferito in un’altra struttura, vicino Imola, dove subisce un nuovo intervento neurochirurgico e poi di nuovo a Bologna, sul letto di una clinica specializzata nell’assistenza di pazienti afflitti da sindrome vegetativa. Il quadro è drammatico: i medici hanno dovuto asportare e reimpiantare la teca cranica per due volte, perché in seguito al primo intervento erano comparse delle complicazioni.

A distanza di un anno l’esito delle operazioni è tuttavia dubbio visto che nonostante le terapie antibiotiche la temperatura corporea non accenna a stabilizzarsi, segno che l’infezione è ancora in corso. I medici che lo assistono non hanno idea di cosa sia accaduto, quel che è certo è che essendo entrato subito in coma «l’Ospedale deve averlo comunicato alla Questura».

L’indagine, insomma, dovrebbe essere partita d’ufficio ma nel luglio del 2012 l’avvocato Sabrina Ferri – all’epoca amministratore di sostegno di Houssem, nominato dal giudice tutelare – dichiara: «Che io sappia si brancola ancora nel buio». Pochi giorni dopo le fa eco il dottor Massimo Fuzzi, che nel frattempo è diventato il legale della famiglia El-Haj e valuta se costituirsi parte offesa, il quale fa sapere di aver depositato in Procura una richiesta per avere accesso al fascicolo, «ma dopo quattro mesi tutto ancora tace». La nebbia che avvolge la vicenda è talmente fitta che il Procuratore Capo di Bologna, Roberto Alfonso – interpellato dal quotidiano l’Unità, che ha sollevato il caso – decide infine di aprire un fascicolo conoscitivo per tentare di capire che fine abbiano fatto le carte sul pestaggio di Houssem.

Per uno scherzo del destino il giorno in cui il ragazzo muore – è il 17 agosto 2012 – la Procura rende noto che ad andare a processo per i fatti di via delle Moline sarà un uomo di origine rumena indicato come buttafuori del locale davanti al quale è scoppiata la rissa. Si scopre inoltre che nella lite rimase coinvolto anche un carabiniere (che quella sera non prestava servizio) e che proprio i carabinieri inviarono una prima relazione a piazza Trento Trieste in una notizia di reato che conteneva la denuncia ad Houssem per resistenza a pubblico ufficiale e violenza sessuale nei confronti di una ragazza.

In quelle carte il tunisino viene genericamente definito come «degente presso l’ospedale», non è presente alcun riferimento allo stato di coma nel quale versa fin dai minuti immediatamente successivi all’accaduto e quindi non viene aperta nessuna inchiesta che veda El-Haj come parte offesa. Nessun indagato, a parte la vittima.

Secondo la ricostruzione presentata dall’Arma un anno dopo i fatti, Houssem era alticcio e avrebbe infastidito una giovane che ordinava da bere al bancone suscitando la reazione del suo fidanzato, il carabiniere, e degli altri avventori. Il diverbio sarebbe poi sfociato in rissa, per strada, fino al colpo che si rivelerà mortale sferrato dal buttafuori del locale.

Nel novembre 2012, tuttavia, Aurelian Gheorghe Murgulet viene assolto con rito abbreviato per non aver commesso il fatto: l’uomo non era un dipendente del pub e dei quattordici testi sentiti all’epoca, solo uno (Massimiliano Mazzanti, esponente della destra italiana, dall’Msi a CasaPound) aveva identificato in Murgulet il responsabile, tanto che l’avvocato Gian Andrea Ronchi, che nel frattempo aveva assunto la difesa degli El-Haj, decise di non costituirsi parte civile al processo. Le versioni degli altri testimoni pressapoco coincidevano tutte e raccontavano invece un’altra storia: quando Houssem cadde, privo di conoscenza, l’indagato si trovava ancora all’interno del bar.

Murgulet viene dunque scagionato e l’inchiesta deve a quel punto ripartire da zero. Fino al luglio del 2013 – quando viene iscritto nel registro degli indagati il militare – l’accusa rimarrà a carico di ignoti, nonostante proprio sopra il tratto di strada in cui il dramma si è consumato sia presente una videocamera di sorveglianza che avrebbe permesso di chiudere l’inchiesta nell’arco di 24 ore, se solo qualcuno si fosse adoperato per reperire per tempo le immagini che ritraevano la dinamica dell’aggressione e il volto dell’aggressore.

@L’Espresso

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