Nellie Bly (Tunué):
il giornalismo ha bisogno
di maestri

Prima uscita della nuova collana dedicata alle donne (Ariel), un graphic novel racconta la storia della prima giornalista investigativa. Ambientato a cavallo tra l’Otto e il Novecento, è sorprendentemente attuale.

10 mins read

Review

Disegni
8/10
Testi
8/10
Storia
9/10
Overall
8.3/10

Nellie Bly, pseudonimo di Elisabeth Jane Cochran, è una donna nata in un tempo molto lontano dal nostro, della quale abbiamo un dannato bisogno nel presente. Diventa ostinatamente giornalista battendosi contro tutto e tutti, compiendo imprese considerate squisitamente maschili – ancora oggi, al netto della vuota retorica di circostanza. E’ un esempio di fragilità e coraggio, avanguardia femminile di una scuola di giornalismo che non esiste più. Della sua determinazione, e di quella di chiunque si trovi a fare a botte con una società ingiusta e maschilista o con un’industria editoriale che sacrifica il suo capitale umano e i principi del buon giornalismo sull’altare del conto economico, parla questo romanzo grafico di Luciana Cimino disegnato da Sergio Algozzino.

Questo è un mestiere che va insegnato

Se dovessi individuare i tre peggiori sintomi del malessere di cui soffre il giornalismo italiano indicherei sicuramente la presenza di editori impuri – con interessi prevalenti in settori diversi da quello editoriale -, le paghe da fame come espressione di una precarietà che mal si coniuga con la qualità della professione, e    le regole di ingaggio «dinastiche» – con alberi genealogici che fanno curriculum.

Ma se dovessi indicare la vera grande mancanza di cui ho sofferto in questi anni, i diritti negati, il mancato riconoscimento di un qualche merito che non fosse ereditario, l’allontanamento coatto dalle principali redazioni, le richieste più o meno esplicite a conformarsi a certe prevaricazioni, sarebbero poca cosa rispetto all’assenza di maestri. Persone d’esperienza, impazienti di insegnare il mestiere agli ultimi arrivati.

Pochi mesi fa ho letto un’intervista a Bruno Tucci – ex Presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio ed ex inviato del Corriere della Sera – che mi ha molto sollevata – se non dal pormi delle domande dalla sensazione di stare ponendomi le risposte sbagliate. Intervistato da Valentina Renzopaoli per L’Eurispes, Tucci sconsiglierebbe ad un giovane di intraprendere oggi la strada che lui ha percorso molti anni fa con la motivazione che «sono caduti alcuni principi fondamentali di questo mestiere». Ad esempio? “Non c’è più nessun maestro che insegna, e questo è un mestiere che va insegnato».

Giornalisti che non hanno avuto maestri

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Nellie Bly, edizioni Tunué | Cimino/Algozzino, pagina 16

A partire da questo principio disatteso, nel mio piccolo, ho scritto un romanzo che racconta il faticoso ingresso di un qualsiasi Monteiro Rossi in un mondo del giornalismo ormai blindato. Ma, le parole di Tucci lo confermano, la questione è complessa e non può essere risolta con semplicità, con una porta scorrevole, una pacca sulle spalle, corsi di aggiornamento professionale. La guerra nella quale siamo stati coinvolti in questi dieci anni non è generazionale. Non ha riguardato, e non riguarda, generazioni differenti di cronisti, buoni da una parte, cattivi dall’altra. Persone generose ed egoisti. 

Il punto è che negli ultimi dieci anni chi sapeva fare il mestiere non è stato messo nella condizione di insegnare, occupato come è stato a salvare il proprio posto di lavoro. Salvarlo, salvarsi, dall’idea malsana che mandando prematuramente a casa quelli che costavano troppo sostituendoli con chi – senza colpe, per forza di cose – ancora non valeva niente, avrebbe rimesso in ordine i conti dissestati dalla crisi. 

Il punto è anche che questo trauma dovrebbe essere riassorbito al più presto perché più passa il tempo più in giro troveremo solo giornalisti che non hanno avuto maestri. Giornalisti per i quali il giornalismo è un selfie e un giornale può essere concepito come emanazione individuale e non come sforzo collettivo. Giornalisti che a loro volta non avranno niente da insegnare o che non vorranno farlo – stavolta scegliendolo liberamente, non costretti dalla cassa integrazione – per esorcizzare l’ingiustizia che a loro tempo hanno subìto. 

Una grande intuizione e due appunti

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Nellie Bly, edizioni Tunué | Cimino/Algozzino, pagina 117

Tutto questo ha molto a che vedere con Nellie Bly, perché va dato merito a Luciana Cimino di aver avuto una grande intuizione: se il giornalismo italiano ci ha privato di maestri, allora vuol dire che noi andremo a cercarceli da un’altra parte. In questo senso, questo gioiellino di appena 140 pagine rappresenta un manifesto della resilienza per una generazione di reporter che non si rassegna all’improvvisazione ma pretende di studiare anche se qualcuno ha sequestrato quasi tutti i libri di testo (quanti giornali sono stati chiusi in questi anni, quanti prepensionamenti). 

Ma questo Nellie Bly ha anche, almeno, altri due meriti: tra tanti «giornalisti quasi perfetti» (dal titolo di un saggio di David Randall che firma pure la prefazione alla graphic novel pubblicata da Tunué) la scelta è ricaduta su una donna – semi sconosciuta in Italia. Racconta Cimino di essersi imbattuta nella sua storia per caso, durante un viaggio di ritorno a Roma dalla Calabria, in autobus, durante il quale, forzatamente insonne, ha iniziato a sfogliare una serie di articoli in lingua inglese che celebravano le imprese della prima reporter d’assalto. Scrive nella premessa Randall: «Nellie sfidò il maschilismo dei suoi direttori e riuscì a diventare cronista». Un maschilismo con il quale occorre fare i conti ancora oggi, e infatti «nessuna ragazza all’inizio della sua carriera potrebbe avere un modello migliore di questa giornalista nata centocinquanta anni fa». Ciononostante questo non è un libro per sole femmine. Anzi. E’ adatto a qualsiasi tipo di lettore e soprattutto ai più piccoli perché in qualche modo è estremamente pedagogico, quasi scolastico. La forma, il disegno, scelta da Cimino per sviluppare il suo racconto si presta molto bene ad intraprendere un percorso educativo, anche se forse è la meno esaustiva. 

«Nessuna ragazza all’inizio della sua carriera potrebbe avere un modello migliore di questa giornalista nata centocinquanta anni fa»

Ecco, se una critica può essere sollevata, direi che questo romanzo non è sufficiente da solo a farsi un’idea precisa di chi sia stata Nellie Bly. Ma d’altra parte se si cerca di conoscere in profondità un giornalista, il modo migliore per farlo è leggere i suoi stessi articoli e le sue inchieste (due su tutti: «Dieci giorni in manicomio» e «Il giro del mondo in 72 giorni»). Ma il libro nel complesso funziona molto bene, con un solo appunto: Nellie viene intervistata nei mesi che precedono la sua morte, nel 1922, da un’aspirante giornalista iscritta alla Columbia University. Il racconto si dipana così avanti e indietro negli anni, pescando tra i ricordi dell’anziana, che ripercorre a memoria le sue imprese, e il presente della giovane allieva – alle prese con un esordio nel mondo del giornalismo altrettanto problematico. A tratti ci si perde nella linea del tempo e forse avrei preferito, nel senso che sarebbe stato più efficace, che i disegni spezzassero questa continuità. 

Anche se la storia risulta essere talmente attuale che probabilmente si è trattato di una precisa scelta stilistica: ieri come oggi, tout se tient.
Tutto sommato, siamo ancora fermi a Nellie Bly, ma se davvero è così, almeno è un buon inizio. 


Nellie Bly | Tunué – copertina

Nellie Bly | Luciana Cimino e Sergio Algozzino
17,00€
La prima giornalista investigativa pioniera del giornalismo sotto copertura.
Prefazione del giornalista David Randall, senior editor dell’Independent on Sunday.
In uscita il 19 settembre 2019
Puoi comprarlo: Qui | Qui | Qui

Descrizione: Come poteva una donna, sul finire dell’Ottocento, aspirare a uscire dagli angusti confini mentali che la vedevano madre e moglie servizievole? La vita di Nellie Bly segna uno dei primi, luminosi esempi di riscatto della condizione femminile, e in questo graphic novel si rievocano i momenti salienti della sua esistenza e della sua carriera di giornalista: fin da quando rispose a un polemico articolo firmandosi Lonely Orphan Girl, Nellie si è dimostrata una paladina delle lotte di emancipazione delle donne, oltre a una pioniera del giornalismo investigativo, capace di farsi ricoverare in un sanatorio per condurre un’inchiesta dall’interno. Grande e instancabile viaggiatrice, Nellie Bly è stata – e oggi ancor più è – un’autentica donna simbolo. 

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