Pd Community
censura i miei post?

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Con poco più di 5800 membri, in crescita, Pd Community è il gruppo ufficiale del Partito Democratico, al quale mi sono iscritta la scorsa settimana. Avrei voluto partecipare attivamente alla discussione ma ho scoperto che i miei post vengono bannati mentre quelli di un account farlocco ottengono l’autorizzazione per la pubblicazione. La differenza? Oltre al fatto che io pubblico dal mio profilo personale – con una foto, un nome e un cognome – mentre il troll palesemente non esiste, i miei contenuti sollevano delle critiche (costruttive) invece il mio alter ego inventato si limita ad applaudire: “Vinceremo in Emilia-Romagna, e sempre viva la comunità del Pd!”.

Pd Community

Nato intorno alla fine di ottobre, Pd Community è amministrato da cinque persone tra le quali il responsabile nazionale della comunicazione, Marco Furfaro. Furfaro è come uno di quegli amori che fanno dei giri immensi e poi ritornano: cresciuto nelle «fabbriche» di Nichi Vendola è stato candidato alle elezioni europee del 2014 nella Lista Tsipras (aveva un piede a Bruxelles ma Barbara Spinelli infine non rinunciò al suo seggio). Approda quindi a Sinistra Italiana sulle orme di Stefano Fassina per poi fondare il movimento Futura con Laura Boldrini presidente onoraria. A marzo 2019 entra a far parte della segreteria Pd guidata da Nicola Zingaretti tra gli indipendenti.
Ad affiancarlo nell’amministrazione della Community Pd c’è Carla Attianese, da otto anni – a quanto apprendo dal suo profilo Linkedin – al lavoro come ufficio stampa Pd e poi, dal 2017, come giornalista di Democratica, il giornaletto online erede del quotidiano Europa (che fu organo ufficiale della Margherita, già erede del Popolo – il giornale dei popolari e della Dc).
Quindi se Furfaro ne ha fatta di strada, Attianese invece non si è mai spostata di un millimetro. Almeno in apparenza. Perché in realtà a fine agosto si è addormentata renziana e ai primi di settembre si è risvegliata zingarettiana, in concomitanza con la chiusura del giornaletto di sopra, formalmente «sito di informazione del Partito Democratico» ma evidentemente organo ufficiale del Partito di Renzi (non sarà certo un caso se la cessazione delle pubblicazioni ha coinciso con la nascita di Italia Viva).
Ma d’altra parte per la convention bolognese dei giorni scorsi si è scelto il nome «Tutta un’altra storia». Scurdámmoce ‘o ppassato.

I miei post censurati

La Pd Community «nasce con lo scopo di promuovere e incoraggiare forme orizzontali di discussione e interazione fra gli iscritti, gli elettori, gli attivisti e i simpatizzanti del Pd». Mi sono iscritta quasi subito al gruppo, perché pur essendomi allontanata nel periodo renzianissimo per rifugiarmi nell’astensionismo, considero il Partito Democratico la mia casa e l’idea di poterne fare parte mi appassiona ancora molto. Purtroppo, però, ho scoperto che i miei contributi alla discussione non vengono approvati dagli amministratori. Nell’ultima settimana ho provato a pubblicare due link. Il primo non è stato approvato, il secondo è in attesa di approvazione da circa 48 ore. Si tratta in tutti e due i casi di post critici nei confronti del Partito Democratico e più in generale della sinistra italiana. Ma la mia critica vorrebbe essere costruttiva, tanto che la posto nel gruppo Pd nel tentativo di suscitare una discussione e serenamente mi espongo a pareri diversi dal mio, anche se nell’ambito di uno stesso campo politico, al quale penso e ho dimostrato di appartenere.

Come funziona Pd Community

Nel gruppo Pd tutti i post devono ricevere un’approvazione da parte degli amministratori, quindi inizialmente non ho fatto molto caso al fatto che l’ok tardasse ad arrivare. Ho immaginato che il numero di richieste fosse alto e che i moderatori avessero bisogno di tempo per autorizzare la pubblicazione. A distanza di qualche giorno ho però visto che il mio primo post non era più in attesa di approvazione ma era stato eliminato dalla coda. Sinceramente ho pensato ad un errore, poi mi sono perfino convinta di essere stata io a rimuoverlo per sbaglio. Così ho tentato di pubblicarne un altro, domenica 17 novembre, in mattinata. 
Il mio secondo post, a distanza di quasi due giorni è ancora in attesa, nella terra di nessuno. Questa mattina ho quindi iniziato a pensare che il problema non fosse logistico ma riguardasse il contenuto delle mie proposte, anche perché nel frattempo vedo che il flusso delle pubblicazioni è regolare.
Volevo vederci più chiaro e quindi ho richiesto l’iscrizione da un account farlocco, che è diventato membro della Pd Community in pochissimi minuti. Dallo stesso account ho scritto a quel punto un post e ho aspettato che venisse autorizzato. Dopo 31 minuti ho ricevuto una notifica: era già stato approvato.
Ma come? Perchè le critiche argomentate di un utente in carne e ossa, con una foto profilo, nome e cognome reali, non superano i controlli mentre il contributo assai banale – in sintesi «evviva il Pd!» – di un utente palesemente fake viene pubblicato in mezz’ora?
Vorrei una spiegazione plausibile, o delle scuse. Dal canto mio ho già provveduto a cancellare il post fasullo e a disiscrivere il troll perchè la mia intenzione non è quella di inquinare la Pd Community nè di prendermi gioco dei suoi iscritti reali (mi perdonino le venti persone che avevano cliccato “mi piace”).

Chiedo per un amico

Potrei sbagliarmi ma sembra che gli articoli che sollevano dei dubbi sulla strategia politica e comunicativa del Pd non siano giudicati idonei dall’ufficio censura, al contrario molto generoso nei confronti di chi non dice niente ma lo dice in maniera innocua.
Tuttavia, se così fosse, bisognerebbe semplicemente indicarlo nelle linee guida e non spacciare il gruppo Facebook del PD per un luogo nel quale chiunque si riconosca nei valori e nei principi del partito possa prendere parola e avere voce.
Vengano indicati chiaramente i criteri di approvazione dei post. Si dica apertamente, non a me ma a chiunque intenda contribuire nel suo piccolo alla discussione, quali tipi di contenuti sono ammessi e quali invece verranno «sanzionati» con la mancata approvazione.
Oppure, invece di effettuare una censura preventiva si permetta agli iscritti di pubblicare liberamente i propri contenuti. I moderatori potrebbero intervenire a quel punto, in due modi.
Da una parte potrebbero oscurare i post indiscutibilmente fuori luogo (ad esempio perchè esprimono un linguaggio violento o non rispettano le più comuni norme di convivenza civile). Dall’altra avvertire con un commento – nel quale si indicano i motivi – i membri che abbiano pubblicato un contenuto non conforme, anche se formalmente rispetta le linee guida, chiedendone allo stesso autore la modifica o cancellazione. In questo modo peraltro l’intera comunità potrebbe svolgere un importante ruolo di supporto all’amministrazione del gruppo, chiedendo una verifica su post equivoci che siano sfuggiti al controllo dei moderatori.
Credo sarebbe il sistema più trasparente, che vedo viene utilizzato in molti altri gruppi.

Che problema ha il Pd con i suoi elettori?

Mentre mi domandavo se dietro la mancata approvazione dei miei contributi al dibattito interno alla comunità del Pd si nascondessero ragioni di tipo personale, mi imbatto in un post nel quale Vincenzo Branà, ex presidente del Cassero di Bologna, polemizza riguardo la sostanziale assenza di donne alla tre giorni democratica che si è appena conclusa. Scrive Branà: «Ho seguito per un paio d’ore in streaming il dibattito di questa mattina alla tre giorni bolognese del Pd. Ho sentito molte parole interessanti. Ma ho ascoltato solo maschi. Unica eccezione Elly Schlein, molto brava, ma non iscritta al Pd. Nell’annunciare l’intervento di Elly la conduttrice ha detto: erano previsti altri interventi di donne che per “motivi logistici” sono saltati. Ecco, io non chiamerei “logistica” una questione che è profondamente politica e sociale. Lo voglio chiedere chiaramente: che problema ha il Pd con le donne?». Seguono ulteriori argomentazioni e una postilla: «Lo dico con spirito costruttivo, davvero, quasi implorando». Il tema mi interessa, così scorro i commenti e ne trovo uno di Furfaro che da solo spiega l’esatto motivo per cui tre ragazzi che non fanno politica (per carità!) riempiono Piazza Maggiore mentre il Pd può solo condividere le foto di quella piazza.
La risposta del responsabile comunicazione Pd è carica di spocchia, di benaltrismo e di accuse – particolarmente imperdonabili. E’ mai possibile che un dirigente possa liquidare con un sostanziale “non hai capito niente” un proprio elettore? Veniamo da anni di bordate contro le minoranze interne, continui risposizionamenti in entrata, insulti ai fondatori del partito fuoriusciti, reciproche accuse dei capibastone, ma se un militante fa una domanda e implora una spiegazione, apriti cielo!
Il problema del Pd non riguarda esclusivamente le donne, il Pd ha un problema con i suoi elettori. Come ho già avuto modo di scrivere, il Partito Democratico si dimostra aperto e inclusivo solo quando si tratta di nominare la propria classe dirigente ma è sempre molto severo ed escludente nei confronti della propria base elettorale.
Se ti sei candidato in un lista avversaria – o che so io, hai lavorato per un foglio di propaganda legato ad una corrente di partito che, manco a dirlo, in quel momento era maggioritaria – puoi far parte della direzione nazionale, avere un ruolo attivo e riconosciuto, dire quello che ti pare e il contrario di quello che ti pare, fare carriera. Ma se appartieni al gruppo di quelli che hanno sempre votato Pd, che ci sono sempre stati, magari da generazioni, beh allora sei fregato. Sei fuori. Sembra quasi che ti invitino a cambiare partito, che non sopportino la tua coerenza. E ti credo, chi giudica il tuo diritto ad aderire a questo progetto politico al novanta percento fino ad avantieri non ne faceva parte.

Ed è così che si chiude il cerchio. La clemenza nei confronti dei perdenti, nella cui elargizione ai più alti livelli il Pd è campione assoluto, è espressione di un profondo paternalismo. L’onore concesso a Beatrice Lorenzin, o a suo tempo a Carlo Calenda, e prima ai popolari e dopo ai Cinque Stelle è l’abbraccio di un padre misericordioso e benevolo che ha bisogno di assolvere più che di accogliere. E quindi sì, aveva ragione Branà: esiste un maschilismo di fondo in questo partito – come in tutti gli altri, ma degli altri ci interessa il giusto – che va ben oltre la questione di genere. Possiamo parlarne o continuiamo a far finta di niente per non indispettire Furfaro?

La comunicazione Pd

Per quel che ho visto finora, comunque, i post approvati e quindi pubblicati su Pd Community sono in larga parte di iscritti, impegnati soprattutto, in questo momento, nella campagna emiliano-romagnola (su questo si potrebbe aprire un capitolo a parte: qual è l’utilità di fare campagna elettorale tra militanti?). Ma ho letto anche alcuni interventi più interessanti – cioè capaci di sollecitare un dibattito interno, e magari avanzare delle proposte o soluzioni, oltre che applausi.
Tra gli altri, mi ha colpito – per deformazione professionale – che qualcuno chiedesse se non sia giunto il momento di pensare ad un giornale di partito: «Non credete sia arrivato il momento di tornare ad avere un nostro quotidiano?». Il tema sollevato dovrebbe essere tenuto in particolare considerazione, visto che questa comunità online fa parte di una più ampia (?) strategia di comunicazione.
Ma il post è interessante soprattutto perché emerge che nessuna delle persone coinvolte nella discussione sa di preciso cosa sia successo a l’Unità. Si potrà riacquistare il marchio? Registrarlo? «Vorrei tanto si chiamasse L’Unita’ ma non so se diritti o altro possano consentirlo».
Qualcun altro risponde che il sito di informazione il Pd già ce l’ha e si chiama Democratica. Sbagliato, precisa un altro ancora: «il sito non è più aggiornato dalla fine di agosto». Beh, replica quella di prima, vuol dire che bisogna semplicemente rimetterlo in piedi: «allora implementiamo quello e divulghiamolo».
Sbagliato, di nuovo. Prima di pensare di riavviare le pubblicazioni di Democratica forse bisognerebbe domandarsi perché tu, che lo consideri l’organo di informazione del tuo partito, non ti eri ancora accorta che il sito è morto tre mesi fa. «Allora – è la chiosa – non siamo capaci di tenerli aperti». Ancora una volta c’è un errore. Sia l’Unità che Democratica hanno chiuso, e riaperto, e richiuso, non per incapacità ma per un preciso disegno politico che forse la nuova segreteria – incolpevole – potrebbe finalmente chiarire invece di affidare al caso la responsabilità della cancellazione di un pezzo importante della nostra storia.

I giornali di Italia Viva

La questione non è affatto marginale anche perché quello che negli ultimi cinque anni è stato spacciato da tutto il Pd, passato e presente, come il più grande comunicatore di sempre, nel frattempo si sta dando un gran da fare a costruire la propria macchina della propaganda.
Partendo dall’inizio, occorre forse qui ricordare che tra i primissimi atti da segretario, Matteo Renzi ha decretato la chiusura dell’Unità per poi riaprirla – fatta fuori mezza redazione non allineata – in formato personale. Ha poi fatto chiudere Europa e attuato una specie di sostituzione etnica, assumendo al giornale del Pci i giornalisti del giornale della Democrazia Cristiana. Per poi cedere il marchio a imprenditori privati che non lo mandano in stampa ma nemmeno lo vendono: lo tengono semplicemente in ostaggio. A quel punto ha iniziato a scrivere letterine a Repubblica e Corsera, che non mancano di pubblicargliele auspicando, in cuor loro e dalle loro colonne, uno scontro finale tra i due Matteo.

Ma da quando ha dato vita a Italia Viva, qualcosa di nuovo ha iniziato a muoversi anche altrove. A ottobre è nato ad esempio il nuovo Riformista, finanziato dallo stesso Alfredo Romeo del caso Consip: firme di punta quella di Maria Elena Boschi e Luigi Marattin. Più o meno nello stesso periodo c’è stato anche un importante cambio di direzione a Linkiesta, con Francesco Cancellato che ha lasciato il posto a Christian Rocca (quello che «Matteo Renzi è un politico svelto, perfettamente integrato nello spirito del tempo»). Il festival del giornale online diretto da Rocca che si è appena tenuto ha visto tra i soli ospiti politici – guarda un po’ – Matteo Renzi e Mara Carfagna (che in quella occasione ha annunciato di essere disponibile a valutare la nascita di Forza Italia Viva). Tra le nuove firme del giornale, dopo la nomina del nuovo direttore, il Mario Lavia di Democratica e il Francesco Cundari dell’ultima Unità – sempre perfettamente conformi al credo renziano («Zingaretti prova a raccontare un’altra storia ma il copione è sempre lo stesso», «Il Pd va verso il congresso anche se non sa bene perchè»).

Quindi, riassumendo: Renzi ha fatto fuori i due giornali di partito, silenziato le pagine Facebook di Democratica (66mila mi piace) e dell’Unità (260mila contatti), può contare sull’appoggio di un nuovo quotidiano di carta e di un giornale online nei quali si sono infiltrate firme amiche, mentre Furfaro, fresco responsabile della comunicazione Dem, punta su Pd Community che banna i post dei suoi elettori. Eh già, nel frattempo appare pacifico che il problema non riguardi solo me ma chiunque tenti di intervenire sul gruppo con post non entusiastici: anche un utente che si chiama Aureo Muzzi denuncia “la censura e l’autoreferenzialità del Pd Community” che non ha autorizzato la pubblicazione di tre suoi interventi. Anche lui, come me, nota che in larga parte vengono pubblicati solo contenuti autocelebrativi e avverte che in questo modo “il Pd respinge i suoi potenziali elettori”. È ufficiale, quindi: abbiamo un problema. E aver dato il via libera a questo ultimo post di Muzzi non lo risolve perché ha tutta l’aria di essere esclusivamente un modo per poter dire: vedete? Nessuna censura. E continuare serenamente a bannare tutti gli altri.


Aggiornamento del 29/11/2019, ore 11.26
Non ho ricevuto nessun tipo di riscontro da parte dei dirigenti che ho contattato riguardo i temi che ho sollevato. Carla Attianese mi ha però gentilmente inviato una richiesta di amicizia, che sono stata felice di accettare. Anche se ancora non abbiamo avuto modo di entrare nel merito di quanto ho raccontato, ho trovato da parte sua una sincera disponibilità ad ascoltare le mie ragioni.
Nei giorni successivi alla pubblicazione di questo post, comunque, Marco Furfaro è intervenuto sul gruppo Pd Community scusandosi per i ritardi che alcune pubblicazioni hanno subito, dovuti al fatto che il partito era stato impegnato in quel weekend nella tre giorni bolognese “Tutta un’altra storia”. Ho apprezzato questa sua spiegazione, ma i miei post non sono mai stati autorizzati neanche in seguito. Ciò nonostante è anche vero che da quel momento in poi nel gruppo hanno iniziato a comparire riflessioni più variegate e considero questo un bene.

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