Peccati immortali
di Cazzullo e Roncone

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Nascosta dietro le trame abbastanza larghe di un giallo fantapolitico che si risolve entro le prime trenta pagine, nei «Peccati immortali» di Cazzullo e Roncone (264 pagine, Mondadori) c’è tutta la retorica su Roma come centro nevralgico del Male. La morte del cardinale Michelangelo Aldrovandi è il pretesto che i due giornalisti del Corriere della Sera utilizzano per discettare di rapporti malati e relazioni pericolose tra politica, alte sfere vaticane e piccola manovalanza criminale.

Un miscuglio esplosivo, non fosse che Giancarlo De Cataldo e Stefano Sollima lo hanno già fatto brillare al tempo di Romanzo Criminale e Suburra. Perciò quello che Cazzullo e Roncone maneggiano è al massimo l’innesto un po’ annacquato di una molotov artigianale. Fuoco e fiamme, certo, ma tutto sommato innocue. Più che per la trama, abbastanza fragile, questo romanzo si ritaglia uno spazio tra i libri che occorre leggere per due motivi che potrei definire di natura sociologica. O psicoanalitica.

copertina peccati immortali

Nel modo in cui la realtà si infiltra nella finzione c’è una rimozione boriosa di tutti i personaggi che appartengono al campo «nemico». Gli amici hanno un nome e hanno un cognome, (si citano apertamente, tra gli altri, Francesco Bonifazi, Matteo Renzi, Ugo Sposetti, Nicola Zingaretti, Carlo Calenda, Paolo Gentiloni). Ai barbari invece questo privilegio è negato, il lettore deve compiere uno sforzo (piccolo) di immaginazione perché gli autori negano a tutti gli altri protagonisti – perfettamente riconoscibili – addirittura il diritto all’esistenza. Nel romanzo c’è il Partito Democratico ma il Movimento Cinque Stelle non esiste. Esiste solo il Popolo dell’Onestà. 
Allo stesso modo, si snocciolano senza timore di querela nomi noti della politica italiana ma per i due astri nascenti del partito populista, Cazzullo e Roncone nel loro “Peccati immortali” scelgono due nomi di fantasia.

«Peccati immortali» è l’emblema di come per certa stampa nazionale sia sufficiente far finta che il Movimento Cinque Stelle e la Lega salviniana non esistano, per cancellarli dalla realtà. L’emblema di come la tattica dello struzzo, praticata con una certa regolarità dalla sinistra in Italia per sgomberare illusoriamente il campo dall’avanzata delle destre – o dall’ascesa di qualsiasi formazione concepita come corpo estraneo al sistema – non sposti un solo voto, se non in direzione contraria.

Il secondo aspetto, altrettanto inconscio, riguarda una visione molto maschilista dei rapporti di genere. D’altra parte, se le redazioni, e le prime pagine, e i ruoli dirigenziali dei maggiori quotidiani italiani, sono in larga parte occupate da uomini, un qualche riflesso nella mentalità di chi ci lavora deve pur concretizzarsi. 
Tutte le donne presenti nel romanzo sono in qualche modo delle vacche, a cominciare – come è ovvio? – dalle prostitute per finire con le suore. Tra gli uomini invece, anche quando sono sovrappeso, sfigati o criminali, emerge sempre una qualche abilità recondita che annulla tutti i giudizi negativi precedenti. Saranno brutti, immorali o viziosi, ma scopano.
Salvo nel caso in cui l’uomo in questione non sia un omosessuale non dichiarato. Allora diventa un ipocrita, un vigliacco, uno che finge di avere una fidanzata. Mentre quando si tratta del ministro dell’Interno, che fa lo stesso per opportunità politica, perché mostrarsi in pubblico accompagnato da una donna è maggiormente coerente con l’idea di maschio che vuole trasmettere ai suoi elettori, la critica non è altrettanto feroce.
Insomma, in questo romanzo c’è parecchio materiale per la pagina Facebook «Giornalisti che non riescono a scopare». Al di là del nome, che potrebbe apparire smisuratamente volgare, il problema che quasi quotidianamente chi la amministra porta alla luce non è marginale né l’intento esclusivamente ironico. Se inizierete a seguire la pagina vi renderete conto di come, e di quanto, i giornali italiani puntino sul clickbait a sfondo sessuale per macinare visite. «È risaputo», spiegano gli autori: «parlando di sesso e mostrando un po’ di zinne nell’anteprima dell’articolo si riesce ad ottenere qualche click in più! Ma la cosa è decisamente sfuggita di mano ai nostri quotidiani nazionali e il sospetto che i giornalisti sfoghino nella sezione “curiosità” i loro desideri sessuali mai realizzati è sempre più forte».

Infine, leggendo queste pagine una delle sensazioni più forti è stata che mancasse un pezzo, che i conti non tornassero. Ci sono ministri, ex ministri e parlamentari; suore, vescovi, papi e cardinali; negri, prostitute, assassini, criminali di ogni tipo, mammane, investigatori privati e avvocati. Solo non si vedono i due liocorni. 
I giornalisti. Non ci sono giornalisti. Nel traffico che dai bassifondi conduce alle stanze dei bottoni, possibile che il quarto potere non si sporchi mai le mani, che sia immune alla corruzione, alla fame di potere? La voce fuori campo degli autori suona in qualche modo come auto assolutoria, anche se, a ben vedere, un giornalista compare. Manco a dirlo, l’unico giornalista con un ruolo del tutto marginale a fare capolino nei “Peccati immortali” di Cazzullo e Roncone è una donna, Veronica Grassi. 

Si volta, «sai dovrebbe passare anche Carlo»
«Carlo chi?» 
«Ma come Carlo chi? Carlo Calenda», risponde Veronica Grassi allargando un sorriso dei suoi, sempre ad alto rischio strappo. Perché se ti tiri fino ad avere il viso di una ventenne, un cedimento strutturale devi metterlo in conto. Comunque, Calenda non verrà. Non verrà perché non è mai stato invitato, perché non sa nulla di questo aperitivo organizzato dalla Grassi qui, nel cortile stile liberty dell’Hotel Locarno, tavolini in ferro sotto ombrelloni bianchi, buganvillee rosa e palme a cento metri da piazza del Popolo. Il trucco è frullare il vero con il falso, il verosimile con il simile, millantare con astuzia. Veronica Grassi, nel genere, sa di essere una fuoriclasse. Giornalista di scrittura modesta ma con una diabolica capacità di stare nell’intrigo e di intrigare. Calenda non verrà ma qualche cialtrone sosterrà comunque poi di averlo visto, così si dirà che la Grassi è amica di Calenda e quindi pure di Paolo Gentiloni e al prossimo aperitivo c’è chi verrà sperando di incontrare entrambi […].
Ora c’è questa giornalista rampante. Sandalo con tacco troppo alto e richiesta al paparazzo di evitare il solito primo piano del piede, «che quella è l’unica parte mia ad essere rimasta bruttarella». C’è questa Grassi così assetata di notizie solo per stare dentro le trame del potere. Ora c’è lei e Rudi Magliano la osserva incuriosito sorseggiando un Negroni che giudica strepitoso».

Sipario.

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