Perché andrò a vedere
«Chiara Ferragni Unposted»

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Il 17, 18 e 19 settembre arriva nelle sale italiane il documentario sulla storia umana e professionale della più influente degli influencer italiani. Solamente tre date evento, in contemporanea in tutta Italia, poi il film verrà distribuito attraverso altri canali. Firmato Elisa Amoruso, vale già dieci milioni e come sempre accade quando si parla della famiglia Ferragnez, il mondo si è diviso in due: tifosi e nemici a prescindere.

Mia madre odia Chiara Ferragni.

Come la maggior parte delle persone che la odiano, molto probabilmente non l’ha mai sentita parlare e non sa di preciso cosa faccia nella vita ma qualsiasi cosa faccia può essere riassunta così: non fa un cazzo dalla mattina alla sera eppure è straordinariamente ricca e famosa.
Siamo il Paese in cui la politica ha ripetuto per dieci anni alla generazione di sfigati che passerà alla storia con il nome di Millennial, che l’unica soluzione per uscire dal pantano creato dalla crisi fosse quella di inventarsi un lavoro. 

Vuoi avere successo? Comprati un garage, come ha fatto Steve Jobs.

Così è nato un esercito di «impiegati presso se stessi» e i social network si sono trasformati in enormi uffici di collocamento che non collocavano nessuno, mentre la politica stava a guardare, o a litigare, o ad abolire l’articolo 18, o a trasformare i lavoretti che servivano a pagarsi l’Università nella schiavitù alla quale ambire da laureati.

Oggi appare ovvio praticamente a tutti che nessun mercato del lavoro possa reggersi solo sulle gambe di uomini e donne che si sono fatti da soli.
Inizia timidamente a farsi largo anche l’idea che non tutti i giovani tra i 18 e i 35 anni aspirino necessariamente a lavorare in proprio. Così come c’è gente che da grande non vuole diventare per forza un architetto, o un parrucchiere, o un macellaio, allo stesso modo non tutti sperano di diventare Chiara Ferragni, anche se le Chiara Ferragni – dal punto di vista di chi ha ridotto la mia generazione sul lastrico – hanno il grande pregio di non rompere i coglioni sotto al ministero perchè sono disoccupate, di pretendere un’assicurazione sugli infortuni o di non essere sfruttate dalla multinazionale di turno che tra qualche mese delocalizzerà.

Purtroppo per i capitalisti con il capitale umano degli altri, non molti desiderano essere Chiara Ferragni perché per esserlo bisogna percorrere una strada difficile, nel migliore dei casi molto complicata. Non c’è strada imprenditoriale che possa essere battuta senza poter contare su un investimento iniziale. Può essere un computer, un cellulare o una videocamera. Può essere tempo libero oppure la fiducia in ciò che fai da parte delle persone che nel frattempo ti mantengono. Può essere tutto e il contrario di tutto, l’unica cosa certa è che non è gratis. Non lo è mai stato, ma a maggior ragione ha un costo oggi perché anche il lavoro inventato è ormai super inflazionato.

Personalmente seguo solo da un anno Chiara Ferragni, su Instagram.
Non sono una sua accanita sostenitrice soprattutto perché il mondo della moda non rappresenta uno dei miei principali interessi. Spesso e volentieri credo si vesta da cani, ma d’altra parte mi capita di pensare lo stesso anche di mia sorella.
Il punto comunque è che non lo odio per come si veste, né per quello che fa. La trovo anzi molto piacevole nel modo in cui si pone e si racconta, anche se non la considero il mio più alto ideale di donna e non mi emoziono all’idea di incontrarla.

Ma dire che non-ci-vuole-niente-ad-essere-Chiara-Ferragni è stupido, o bugiardo.

Chi lo pensa evidentemente non ha mai avuto un’idea nella vita, non si è mai trovata a dover iniziare un percorso lavorativo in solitudine, non sa cosa significhi non poter dividere la pausa caffè con un collega che non c’è. Non ha mai provato il capogiro che si prova quando sono mesi che lavori ma i primi soldi arriveranno – forse – tra qualche anno. 

Essere il datore di lavoro di se stessi è dannatamente difficile – posto, per carità, che esistono imprese ancora più ardue come scalare una montagna, costruire una casa cominciando dal tetto, diventare genitori, arrivare a conoscersi davvero e amarsi nonostante tutto, contrastare un’invasione di cavallette, rimanere impassibili di fronte alla vista del mare, ribellarsi alle vessazioni di un superiore anche se sai che potresti perdere il posto per questo.

Sarà che attraggo naturalmente mediocri ma tutte le volte che mi sono trovata a dover lavorare con altri freelance, ho trovato gente che non rispetta le consegne secondo i tempi che si è autonomamente data. Gente che scopre di essere in ritardo nel momento in cui il ritardo inizia. Oppure gente che ha bisogno di una deadline – e quindi in fondo di un capo – perché se non la metti sotto pressione non sa darsi dei tempi, programmare il suo lavoro.
E infatti di solito, fin dalla notte dei tempi, ci sono pochi imprenditori con idee geniali e granitica autodisciplina che danno lavoro a molte altre persone.

Essere Chiara Ferragni è alla portata di chiunque ma non è per tutti.

Prima facciamo pace con questa verità prima chi sogna un lavoro da dipendente troverà la forza di indignarsi per non essere stato messo nella condizione di riuscire a trovarlo. E prima chi ha davvero quell’attitudine a costruire con le proprie mani il proprio successo dal nulla riuscirà a realizzarsi senza dover combattere nel frattempo con chi non considera i suoi sforzi un lavoro.

Ma per tornare al “caso Ferragni”, voglio anche spendere due parole sull’importanza dell’aver avuto dalla propria una famiglia. Come si intravede nel trailer, forse l’elemento fondamentale nel suo percorso di crescita professionale è stato proprio questo, più dell’idea iniziale, più delle sue personali ambizioni, più delle sue capacità.

Chiara Ferragni Unposted – Trailer Ufficiale

In questo credo che la storia di Chiara Ferragni e di suo marito Fedez non solo si assomiglino ma possano costituire un esempio: per entrambi penso possa essere considerata essenziale la presenza delle rispettive madri. Il loro sostegno incondizionato e la loro capacità di vedere prima di chiunque altro il talento che nei loro figli scalpitava per emergere. Chi, come me, ha una madre che odia Chiara Ferragni ha quindi un problema da risolvere in casa prima di andare a vomitare rabbia in giro per l’internet. 

Non so ancora come sia il documentario, magari non mi convincerà e lo stroncherò, ma in tutti i casi spero che non venga visto solo dai partigiani. Lo consiglio soprattuto a chi non la sopporta o finge indifferenza rispetto all’impero che si è costruita. Come una volta mi ha consigliato Giorgia, cercate di entrare dentro ciò che meno sopportate in quello che vedrete. Prendete appunti sulle emozioni negative più forti che provate, perché sono uno specchio. Riguardano voi, non Chiara Ferragni. Magari scoprirete che la odiate tanto perché i vostri figli invece sono disoccupati. O perché voi stessi lo siete. E quindi sono loro, o siete voi, a non fare un cazzo dalla mattina alla sera – ma non è colpa loro, né vostra. 

Spoiler: Chiara Ferragni è un sintomo, non la causa, non la malattia.

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