proprio-a-me-selvaggia-lucarelli

Proprio a me,
il podcast di Selvaggia Lucarelli

10 mins read

E’ appena uscito l’ultimo episodio del podcast di Selvaggia Lucarelli prodotto da Chora Media: «Proprio a me», un viaggio in sei fermate più una stazione di approdo, attraverso quell’ingorgo tossico che sono le dipendenze affettive. 

Sopravvissute, il programma che affronta il tema degli abusi psicologici scritto e condotto da Matilde D’Errico (autrice anche di Amore Criminale, che ha una storia televisiva assai più lunga) va in onda dal 2018; la letteratura sul tema, sia libraria che cinematografica, non è esattamente uno spazio bianco. Per gli addetti ai lavori, medici e terapeuti, il problema delle cosiddette Love Addiction esiste da almeno vent’anni. Eppure il progetto audio di Selvaggia Lucarelli ha avuto un impatto, una rilevanza e un valore costitutivi: nel giro di un mese e mezzo è completamente cambiata la percezione mediatica del fenomeno, obiettivamente se ne è parlato ovunque, ma soprattutto le persone comuni ci si sono identificate, o scoperte, come mai prima (è sufficiente confrontare il tenore dei commenti sulle pagine del programma che in queste settimane va in onda su Rai 3 – il giovedì, in seconda serata – con quelli postati sui profili di Lucarelli per accorgersi del sostanziale cambio di passo con un pubblico che da semplice spettatore si è riconosciuto ineditamente protagonista).

Nonostante il mezzo fosse in apparenza il più complicato – ancora sostanzialmente sconosciuto, il motivo per cui “Proprio a me” ha funzionato in questo modo (Pablo Trincia, direttore creativo di Chora, su Instagram ha parlato già diverse settimane fa di centinaia di migliaia di download) è che si è trattato della prima volta in cui una persona così nota si è esposta personalmente su una questione tanto delicata. Finora il racconto sulle dipendenze affettive, in tutto e per tutto equivalenti alle tossicomanie, era sottoposto ad un vaglio doganale abbastanza rigido per cui attraversare quel confine significava essere fragili, stupidi, magari sprovvisti di sufficienti strumenti culturali o adeguate reti di protezione familiare e amicale. Ed è chiaro che le persone coinvolte – nel presente o nel passato fa poca differenza, comunque provate da una malattia particolarmente subdola – non fossero disponibili a pagare un ulteriore dazio. 
Fino a quando questo casello di frontiera si è letteralmente sgretolato grazie ad un podcast che in sostanza, fin dal titolo particolarmente indovinato, dice una cosa su tutte: a chiunque può capitare di imbattersi in una dipendenza affettiva.

Così “Proprio a me” risulta socialmente assolutorio: anche se nel corso del racconto alla responsabilità personale che fa capo ad ognuna delle parti coinvolte in queste relazioni disfunzionali viene attribuito un peso specifico determinante, il podcast svincola il dibattito pubblico, e quindi le vittime, dai luoghi comuni e dai giudizi sommari più frequenti. Che pure, anche in questo caso, ci sono stati: ad esempio negli articoli di Vittorio Feltri e di Stefano Cappellini, rispettivamente su Libero e su La Repubblica, accomunati da un identico livello di preoccupante ignoranza esibita senza pudore come nei peggiori casi di analfabetismo (quando cioè l’analfabeta non è nemmeno in grado di prendere coscienza della totale inadeguatezza del proprio ragionamento). Ma tutto sommato si è trattato di un colpo di coda finale, di uno di quei punti di non ritorno che segnano in maniera definitiva un prima e un dopo, utile a ricordarci anche in futuro come la stampa italiana affrontasse il tema delle dipendenze affettive prima che Selvaggia Lucarelli registrasse questo lavoro.

Due rischi calcolati

A posteriori si può dire che i tizi di Chora siano stati molto abili a non cadere in almeno due errori che facilmente avrebbero potuto commettere: uno di genere e l’altro di metodo. 
Tra le scelte più centrate c’è sicuramente quella di dare spazio ad una voce maschile che con le settimane è infatti diventata quella più attesa. Aver evitato l’ennesima stereotipizzazione femminile dell’amore tossico, con l’uomo necessariamente narcisista e prevaricatore e la donna sempre e comunque parte soccombente e sopraffatta, dà l’esatta misura di quanto il progetto sia stato studiato e di quanto Lucarelli fosse padrona del tema che stava affrontando, al di là della sua esperienza individuale. 
Nella stessa direzione va l’ultima puntata della serie, con l’intervento della psicoterapeuta Ameya Canovi. Un altro tassello fondamentale ma per niente scontato: anche se la mia impressione è che sia stato pensato e inserito in corsa, l’aggiustamento è più che armonico: in moltissimi commentano sui social che questo episodio dovrebbe essere fatto ascoltare nelle scuole e in effetti è un ottimo manuale di educazione sentimentale e di rieducazione affettiva per persone di tutte le età ma in particolare per adolescenti, per un motivo specifico che chi ha già ascoltato il podcast conosce.
Senza tradire il finale, si può dire che l’ultima generazione è la sola ad essere potenzialmente salva, avendo a disposizione strumenti del tutto nuovi come questo per potersi proteggere e potersi sognare.

L’amore può nascere e può finire.
L’amore non è sforzo.
L’amore non è accanimento.
L’amore non si mendica e una relazione non si chiede

Un errore e mezzo

L’operazione ha avuto il difetto di applicare ad un mezzo nuovissimo, il podcast, una mentalità superata, cioè quella della serialità distillata. Comprendo l’intenzione di fidelizzare un pubblico che quasi ancora non esiste, e di convogliarlo su diversi prodotti settimanalmente invece di affrontare il rischio che gli ascoltatori ne consumassero solo uno in un tempo brevissimo. Si è applicata una strategia della carenza ma avrei sicuramente preferito poter scegliere in quali dosi e in quali tempi consumare gli episodi. Tuttavia la scelta di imporre questa specie di dipendenza controllata è coerente con il tema generale della serie quindi tuttto sommato non è completamente sbagliata.

Il secondo errore è invece strutturale. E’ davvero molto difficoltoso condividere sui social i link ai singoli episodi di un podcast, sono graficamente respingenti. Ovviamente questa criticità non riguarda solo Chora ma il modo in cui l’intero sistema di fruizione di streaming audio è concepito. Queste trasmissioni radio native digitali rimangono operativamente uno strumento di nicchia: i player per non i iscritti alle piattaforme (Spotify o Apple Podcastas) sono difficilmente maneggiabili, stoppare l’ascolto può significare dover ricominciare dall’inizio; non è facile dallo schermo del cellulare raggiungere il minutaggio desiderato, alle puntate è impossibile accedere attraverso indirizzi web semplici e intuitivi. E bisognerebbe trovare il modo di superare un certo ostacolo anagrafico: le app audio sembrano tagliare fuori dal mercato i boomer, ai quali invece proprio questo mercato dovrebbe guardare con maggiore attenzione, se è vero – come è vero – che il calo della vista è fenomeno che naturalmente riguarda soprattutto gli over 60.

Proprio a me, il podcast di Selvaggia Lucarelli

La prima e l’ultima puntata sono indubbiamente dirompenti, per potenza e intensità, ma la struttura della narrazione rimane solida anche nel mezzo. Non ci sono crepe a parte una sottolissima nel secondo episodio, che nelle primissime battute si apre con un dialogo che sembra meccanico, di sicuro il più incerto, l’unico della serie in cui il montaggio non mi sia sembrato impeccabile. Per il resto non c’è una testimonianza che mi abbia colpita più di un’altra. Alla fine “Proprio a me” è un grande puzzle, e ognuno può prendere qua e là i pezzi che gli servono per comporre il proprio quadro. Ogni storia ha una dimensione universale, ogni racconto ne rincorre un altro, senza soluzione di continuità. La forza di questi incastri sta appunto nel fatto che diventa impossibile interrompere l’ascolto, nonostante la lunghezza dei singoli episodi sia molto impegnativa. Una menzione speciale a Luca Micheli, autore della sigla e del disegno musicale che impreziosiscono moltissimo “Proprio a me”, tanto che spero vengano rilasciati al più presto in versione estesa. Altrimenti ci droghiamo.

Leave a Reply

Your email address will not be published.

Latest from Articoli

Lavorare in Poste

A che punto è la mia inchiesta, tra mascherine tarocche, rappresentanti sindacali

Il mio ebook

Ad un anno dalla nascita delle 6000 Sardine, qual è lo stato

0 0,00