Schlein / Bonaccini
come Don Camillo e Peppone

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Nel giro di un’estate la segreteria del PD è diventata di nuovo contendibile e i due maggiori indiziati per la successione a Nicola Zingaretti riportano al centro dello scacchiere dem quell’Emilia-Romagna che la stagione renziana aveva messo in castigo, rottamata assieme alla vecchia classe dirigente.

Da una parte Stefano Bonaccini, dall’altra la sua vice in Regione, Elly Schlein. Il primo studia da segretario da diverso tempo, almeno da quando si è convinto di aver battuto Matteo Salvini solo soletto e a mani nude con la sola imposizione dell’occhiale da vista a goccia; la seconda è stata eletta molto più di recente esponente di punta della sinistra italiana dal settimanale L’Espresso che non è nuovo, a dirla tutta, a questo genere di impresa – individuare un leader ideale e bruciarne la candidatura.

Il primo, non solo secondo le malelingue, non ha alle spalle un partito ma addirittura due: quello Democratico, ovvio, ma anche Italia Viva che lo userebbe come cavallo di Troia «per ripigliarsi tutto ciò che è suo». La seconda, invece, come ci spiega Susanna Turco, «non ha capicorrente, non ha leader di riferimento». Come tutti quelli che piacciono tanto a Damilano e compagnia – da Aboubakar Soumahoro alle Sardine – è espressione di una fantomatica società civile e in quanto tale risponde ad un unico requisito fondamentale: non avere un partito. Perché in fondo non è L’Espresso, esso stesso un partito? 

Uno è il leader, l’altra l’anti-leader ma curiosamente guidano assieme, nella stessa direzione senza pericolo di deragliamento, la locomotiva d’Italia. 
Che come si diceva impone alla geografia democratica un nuovo centralismo emiliano dopo gli anni del toscanesimo spinto in cui tutti quelli al di là dell’Appennino potevano al massimo ambire ad amministrare una chat su Whatsapp.

Prova ne sia che la festa nazionale del partito si tiene quest’anno a Modena, città natale del governatore – vero e indiscusso padrone di casa con tutti i big alla sua corte – mentre Giani, in Toscana, è marcato strettissimo dalla candidata della Lega Ceccardi senza poter nemmeno contare sulla forza magica e indiscussa di un Rayban.

D’altra parte le danze per il rimpasto della segreteria Pd si apriranno, eventualmente, solo dopo gli esiti del voto del 20 e 21 settembre. Da una parte le regionali e il pericolo di una disfatta epocale, con la Toscana, proprio il vecchio fortino renziano, pericolosamente in bilico; dall’altra il referendum sul taglio dei parlamentari che ha tutto il sapore di un roulette russa con il «Sì», votato a maggioranza dall’assemblea del Partito Democratico, tallonato dal fronte del «No» malgrado i sondaggi di agosto. 

Ancora una volta, Bonaccini e Schlein giocano la stessa partita ma su due campi opposti: lui «che i populisti li ha battuti» dice sì alla riduzione del numero degli eletti in Parlamento, lei invece voterà no. 
E’ così, visto che tutti i posti erano già occupati, che Zingaretti ha pensato di uscire dall’angolo prendendosi a pugni da solo: con storiche roccaforti rosse al voto, centinaia di comuni che devono rinnovare i loro consigli e la tenuta del governo legata a doppio filo alla tornata elettorale, il segretario concentra tutte le forze della sua segreteria su un referendum del quale nessun altro capo politico parla con altrettanta enfasi – forse nemmeno i Cinque Stelle che almeno lo hanno promosso. 

Mentre Bonaccini e Schlein continuano abilmente a giocarsela alla Don Camillo e Peppone, sulla scia di una delle più antiche e consolidate tradizioni emiliane: ancora una volta sinonimi e contrari, una copre l’area più a sinistra e l’altro quella più al centro senza paura di strizzare l’occhio anche all’elettorato leghista, in un connubio a prima vista impossibile ma nei fatti realizzato.

Perchè in fondo non se le danno e non le prendono, anzi, quando la vice presidente della Regione Emilia-Romagna viene insultata via Twitter dal professor Gervasoni, il governatore interviene in sua difesa («Lei è semplicemente un cialtrone») alla moda di George McFlyEhi tu, porco, levale le mani di dosso») senza però entrare nel merito politico. 
D’altra parte anche lei sembra governi una regione a parte, per compartimenti stagni, senza mai entrare in rotta di collisione con uno che definisce Zaia e Fedriga «amici». 

Tutto sta ora nel vedere se l’ascesa su scala nazionale di Schlein possa in qualche modo impensierire Bonaccini, che a febbraio l’ha scelta come suo braccio destro dietro la spinta di 22mila preferenze. Come dire? All’epoca sicuramente la si notava di meno alla vicepresidenza che nel ruolo della più votata esclusa dalla stanza dei bottoni.
Ma oggi? Oggi la sua investitura mediatica pesa comunque quanto il due di picche: d’altronde per poter scalare un partito devi come minimo far parte di quel partito, o avere uomini e donne, a tua disposizione, al suo interno.

Se quindi i sogni da segretario di Stefano Bonaccini dovessero realizzarsi, o infrangersi – fa lo stesso – gli occhi non dovrebbero essere puntati su Elly Schlein ma altrove. 
Se ci fossero dei dubbi a proposito, basti ricordare un vecchio aneddoto: nel 2013 la civatiana fu tra le maggiori animatrici di «Occupy Pd», “un movimento di protesta spontanea” sorto dopo la candidatura Marini alla presidenza della Repubblica, votata dall’assemblea Pd su proposta dell’allora segretario Bersani e appoggiata anche da Forza italia e Scelta Civica. 
Contro questa «larga intesa» Schlein e altri giovanissimi occuparono alcune sedi del partito, trovandosi di fatto sulla stessa sponda di Matteo Renzi che apertamente bocciava il nome di Marini e trasversalmente la segreteria Bersani – che infatti nel giro di qualche giorno, dopo essere fallita anche l’elezione di Romano Prodi, si dimette. 

Ecco, in tempi non sospetti, Schlein e Bonaccini governavano già assieme, ancora una volta in apparenza da antagonisti ma nei fatti da alleati, aprendo la strada, volenti o nolenti, alla scalata dei toscani

E anche in questo caso, anche stavolta, dovendo puntare su uno dei due per un cambio ai vertici del PD, forse converrebbe scommettere sul terzo.

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