Smettiamola
di partecipare
ai «concorsi creativi»

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Il numero di concorsi legati ai lavori creativi è esploso negli ultimi anni. Le proporzioni del fenomeno sono ormai talmente grandi che forse dovremmo iniziare a preoccuparcene visto che per grafici, videomaker, fotografi o designer, sembra questo l’unico modo per ambire a lavorare in questi settori. Sembra, perché in realtà è solo marketing.

Chi lavora con la propria creatività è raggiunto ormai quotidianamente da annunci di competizioni online che mettono in palio premi di solito molto alti – in alcuni casi esorbitanti – a fronte di bandi che risultano essere assai vaghi, rivolti letteralmente a chiunque.
Le aziende che utilizzano questo metodo di reclutamento non sono più solo quelle minori, che probabilmente non hanno i mezzi per rivolgersi direttamente ad agenzie specializzate o professionisti del settore, ma anche – e forse soprattutto – quelle più grandi e conosciute.
Solo per fare alcuni esempi, negli ultimi anni si sono rivolte a La Qualunque: FCA – Fiat Chrysler, Loacker, WWF. L’ultimo in ordine di tempo, e di importanza, è sicuramente il concorso lanciato da Radio24 – Gruppo Sole24Ore – per la creazione di un nuovo logo nel ventennale della fondazione.

Senza entrare per il momento nel merito dei singoli concorsi, non bisogna essere particolarmente astuti per capire che gli ingranaggi di questo meccanismo sono perlomeno difettosi. A parte che in termini molto generali il «lavoro a premi», ennesimo oltraggio ad una generazione di disoccupati, è moralmente deprecabile perché presuppone – tra l’altro – una sostanziale porzione di lavoro gratuito (intanto lavori gratis, poi – forse – potresti vincere un compenso, mentre anche o soprattutto la fase ideativa dovrebbe essere retribuita).
A parte che trasforma il lavoro in una competizione all’ultimo sangue ed è quindi una delle espressioni più evidenti di un capitalismo vorace che si divide la torta dei profitti mentre gli ultimi si scannano per assicurarsi le briciole.
A parte che non presupponendo nessun tipo di preselezione ma essendo aperte a chiunque voglia partecipare – pur non avendone i titoli, queste gare richiamano vere e proprie masse di concorrenti e quindi le probabilità di vittoria diventano simili a quelle di una lotteria.
A parte che, ovviamente, «lavorare» secondo queste modalità sottintende una pressoché totale assenza di diritti e tutele.
A parte tutto questo, ci sono anche degli aspetti concreti che varrebbe la pena di analizzare.

Premi creativi, cioè fuori mercato

Ad esempio non quadra il fatto che i budget messi a disposizione dei vincitori siano assolutamente fuori mercato, in un senso e anche nell’altro: sconsiderati, se si considera che alla gara può partecipare anche tua nonna, da fame se hai un’idea di quante ore di lavoro – e prima di formazione – occorrano per presentare un progetto grafico o ideare il payoff di un marchio.  

Certo, si potrebbe ribattere che anche l’ultimo stronzo sulla faccia della terra potrebbe essere in grado di offrire uno spunto geniale, che la creatività ce l’hai oppure non ce l’hai e che nessun corso/attestato/laurea/curriculum/livello di esperienza può controvertire questa verità. Può essere vero, senz’altro, che le idee non conoscono confini scolastici o esperienziali (basti pensare che Jules Verne – quello del giro del mondo in ottanta giorni – in realtà non mise mai il naso fuori dalla Francia) ma rimane comunque irragionevole istituire un’unica classe di premio sia per chi offre una semplice suggestione sia per chi è in grado di realizzarla utilizzando strumenti professionali.

Come dire? Può darsi che il macellaio, vedendoti dimagrire di colpo, possa arrivare a sospettare che qualcosa nel tuo metabolismo non stia funzionando come dovrebbe, ma affideresti la tua diagnosi a chiunque possa offrirti un valido spunto per capire le ragioni del tuo malessere oppure ti rivolgeresti ad un medico? E soprattutto, nel caso il tuo macellaio con un semplice sguardo fosse stato casualmente in grado di capire che la causa del tuo dimagrimento era dovuta ad una patologia della tiroide, gli pagheresti 15 mila euro in un’unica soluzione per premiare la sua incredibile intuizione?

E’ abbastanza chiaro che così come non affideresti la tua salute al primo che incontri per strada, così una grande azienda non affiderebbe il proprio marchio a te, che al massimo puoi disegnarglielo a mano su un pezzo di carta, soprattutto alla cifra che ti raccontano valga il tuo pezzo di carta.

Linee guida superficiali

Il secondo aspetto che dovrebbe dare da riflettere riguarda il fatto che i bandi, in questo tipo di concorsi, sono in genere talmente approssimativi e astratti da apparire poco credibili.

E’ come se tu ti rivolgessi ad un architetto perché realizzi il progetto della tua nuova casa lasciandogli completamente carta bianca, specificando al massimo che il colore predominante deve essere il viola o che il bagno deve trasmettere un certo senso di riservatezza. Ok, ok. Ti fidi ciecamente del tuo architetto, ho capito. Ma in realtà, se vi comportaste come le aziende dei concorsi dei quali si parla, non vi rivolgereste solo all’architetto. In contemporanea avanzereste le stesse vaghe richieste anche al macellaio di sopra: «la casa è mia ma fate pure come se non ci fossi». E che vinca il migliore!

Nello specifico, le linee guida comunicate per la realizzazione della proposta creativa per il nuovo logo di Radio24 recitavano: «Innovazione, futuro e autorevolezza sono i punti chiave che il nuovo logo e il nuovo payoff dovranno trasmettere». Caratteristiche tecniche: «per il logo il colore da utilizzare dovrà essere il verde, per il payoff la lunghezza massima dovrà essere di 24 caratteri spazi inclusi».
Fondamentalmente: «fate un po’ come vi pare».

Cambiare le regole del gioco in corsa

La terza ambiguità dei lavori a premi riguarda il fatto che le scarse e comunque generiche indicazioni vengono, come se non bastasse, molto spesso disattese: cioè i progetti che poi si rivelano vincitori non si sono attenuti al brief. In altri termini: avevi chiesto solo due cose, colore viola e bagno accogliente? E invece alla fine, non si sa bene come, non di rado vince il tipo che ha progettato una casa verde e un bagno di 30 metri quadrati.

Shutterstock-crealogo24

Nel caso di Radio24, ad esempio, sono infine stati selezionati un payoff identico – non per modo di dire – a quello utilizzato dal 2006 al 2016 e un logo che oltre a impiegare 7 tonalità di verde assomiglia moltissimo ad una immagine vettoriale disponibile per pochi euro su Shutterstock. Come diceva il brief? «Innovazione, futuro e autorevolezza». Chiaramente il promotore dell’iniziativa ha cambiato idea nel frattempo, decidendo di «confermare e rilanciare lo storico claim “La passione si sente”», giustificando la propria scelta in questo modo: «un ponte ideale tra radici e futuro». Rimane il fatto che l’italiano non è un’opinione e che perché la parola innovazione abbia un senso occorre che vengano introdotti nuovi sistemi/ordinamenti/metodi capaci di modificare/trasformare/svecchiare radicalmente i sistemi/ordinamenti/metodi esistenti.

In qualche modo Radio24 ha spostato cinque metri più in là la linea di porta a partita in corso. Mi chiedo: è possibile premiare l’audacia di un calciatore che abbia segnato platealmente di mano nella speranza che arbitro e compagni, di squadra e avversari, non solo accettino di cambiare le regole del gioco ma arrivino a considerare quel gesto esemplare?

I tempi creativi della selezione

E ancora: i tempi. Quasi sempre in poco tempo si arriva ad analizzare decine di migliaia di proposte, nel caso di Radio24, addirittura 45mila, in circa 70 giorni, compreso il mese di agosto. Ok, ok. In questo caso la giuria era composta da cinque persone e poniamo pure che per sveltire i tempi e alleggerire la mole di lavoro la commissione si sia smazzata i contributi. Ma se si considera che a giudicare le proposte sono state persone impiegate nel Gruppo Sole24Ore con ruoli di responsabilità e non un team dedicato esclusivamente a questa mansione, i conti non tornano. Ma d’altra parte Enrico Mentana riuscì a valutare quindicimila lettere di presentazione in meno di un mese quando lanciò il suo progetto editoriale online.

Arrivederci e grazie

Infine: all’esito del concorso viene data un decimo della visibilità data al lancio e spesso quindi i vincitori rimangono dei veri e propri sconosciuti. Certo, chi presta la propria opera creativa, cede in genere i diritti sul proprio lavoro al committente. Ma il grosso della filosofia di lancio dell’iniziativa si basa sulla retorica della trasparenza e del coinvolgimento «dal basso». Non sarebbe quindi assurdo aspettarsi che vengano comunicate nel dettaglio le ragioni che hanno spinto la commissione a individuare i vincitori; sarebbe serio mettere a disposizione della pubblica opinione i curriculum delle persone premiate. Sarebbe importante, secondo me, non tanto per dimostrare che “vincono sempre gli stessi”, ma tutto all’opposto per dimostrare che alla fine dei conti a tagliare la linea del traguardo per primi sono sempre e solo professionisti che in qualche modo hanno già collaborato con l’azienda che ha commissionato il lavoro o con aziende simili. Sarebbe a quel punto pacifico che non si tratta di giochi senza frontiere e rimarrebbe solo da capire perché ci si rivolga comunque anche al macellaio se poi il progetto più meritevole risulta essere regolarmente quello dell’architetto.

Conclusioni

I lavori creativi sono tipici di una certa fetta di utenti che il mercato tradizionalmente non riesce a raggiungere con facilità. L’impressione è che questo tipo di concorsi rientrino in banali operazioni di marketing non dichiarate apertamente. 
Tu credi di rispondere ad una proposta di lavoro, e invece stai solo diventando un cliente. Che è esattamente l’opposto.


***L'immagine di copertina è opera di Shivu, un progetto di Alessandro Bonaccorsi. Sullo stesso tema, vi rimando ad un suo articolo intitolato "Se tutti sono creativi".

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