Stefano Bonaccini

Stefano Bonaccini,
primo governatore
di Italia Viva

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Gennaio 2020, la regione che è stata la più rossa d’Italia è chiamata a eleggere un nuovo consiglio regionale. Per la mia bolla bolognese, in Emilia-Romagna i legofascisti non passeranno mai. Secondo me invece, al di là di personalissime speranze, è molto probabile. Per almeno tre buoni motivi.
Primo: Stefano Bonaccini. Secondo: la giunta Merola, che ha trasformato la città di Roberto Roversi in un grande centro commerciale. Terzo: da una settimana non sono più residente a Bologna e forse anche questo potrebbe significare qualcosa in vista di gennaio.

Dall’Umbria all’Emilia

La sconfitta dell’alleanza giallo rossa in Umbria non è una doccia fredda. Non conosco nel dettaglio la situazione umbra ma nell’ultimo mese di campagna elettorale non ho mai sentito nessuno che desse qualche chance a Vincenzo Bianconi. D’altra parte l’avanzata della destra di Matteo Salvini è un fatto reale da ormai troppi mesi, mentre il pasticcio del Papeete è stato evidentemente già riassorbito da quell’elettorato. Sempre che quella base elettorale lo abbia mai davvero considerato un passo falso.

Nonostante i pronostici, penso che l’alleanza su scala regionale di Cinque Stelle e Pd andasse sondata. Che non si sia trattato di un errore. Ma anche se oggi, con tutta evidenza, dobbiamo dire che la prova non è stata superata, questa consapevolezza ormai non riguarda più tanto l’Umbria quanto l’Emilia-Romagna.

Stefano Bonaccini e Italia Viva

La campagna acquisti di Italia Viva fa pensare che Bonaccini possa diventare 48 ore dopo l’elezione il primo governatore del nuovo partito renziano, la cui brillante strategia politica consiste finora proprio in questo: utilizzare la struttura e i voti del Partito Democratico per eleggere i propri deputati, governatori e sindaci. 

Renzi e compagnia assomigliano maledettamente a quei tizi che per 70 dollari comprano diecimila follower su Instagram, convinti di aver fatto un grande affare. In realtà molto presto si rendono conto che la spesa è stata più che inutle, dannosa. Nel migliore dei casi infatti i «mi piace» acquistati non esistono – in realtà sono vuoti, bot automatici – nel peggiore appartengono a persone inconsapevoli che non hanno niente a che vedere con te e quindi non interagiscono. E se non interagiscono per l’algoritmo significa che i tuoi contenuti non valgono niente. E se ciò che pubblichi non è interessante per la tua comunità, finisci in fondo a tutte le bacheche, finché non scompari. 

Accade lo stesso in politica: puoi avere 50 tra senatori e deputati, in realtà eletti nelle fila di un altro partito, ma il guadagno in termini di elettori nel migliore dei casi è nullo, nel peggiore è proprio deleterio perché quelli si sentono presi per il culo dai tizi che un secondo dopo essersi presi il loro voto hanno cambiato casacca. 
La strategia delle fuoriuscite col contagocce, escogitata da Renzi per tenere banco sui giornali una volta superata la fermata della Leopolda, oltreché per tenere letteralmente per le palle Zingaretti e «il partito», non è un buon salvacondotto per Bonaccini, sul quale l’ipotesi trasformista rischia di pesare come un macigno. 
Pesa già come un macigno.

Stefano Bonaccini e la destra

Se Zingaretti sostiene, come fa bene a sostenere, che il cappotto in Umbria è un’eredità di Renzi, «allora perché consentire a Bonaccini di farsi la sua lista per infilarci i renziani?». Lo chiede Nadia Urbinati, ma penso se lo stia chiedendo la gran parte degli elettori di centro sinistra dell’Emilia-Romagna.
Bonaccini è espressione di quella insana tattica, renzianissima, che consiste nel rincorrere la destra, imitarla, riprodurla o emularla. Basti pensare che in una delle ultime foto pubblicate online il governatore dava prova di grande forza morale facendosi ritrarre mentre faceva una seduta di flessioni. Ma si pensi anche al suo musetto da Ducex in fundo, alle pose plastiche, la camicia nera, la testa rasata, che non possono che essere un modo per strizzare l’occhiale a goccia a quell’elettorato che ha bisogno di affidarsi ad un capo carismatico per non morire di paura.

D’altro canto, la tiritera del «Bonaccini è stato un buon governatore», fa quasi tenerezza perché grazie al cazzo che vai forte quando sotto al culo hai la locomotiva d’Italia, non vi pare?
E sì, questo significa pure che se la destra dovesse vincere, non ci sarà nessuna improvvisa battuta d’arresto nell’economia della regione tale da poter puntare, come avviene altrove – ad esempio Roma – sul fallimento degli avversari come chiave di facile riconquista.
L’Emilia-Romagna è un treno talmente rodato che in qualche modo va col il pilota automatico. Ciò che fa la differenza, in politica, sono le scelte, politiche e sociali, che magari non incidono in maniera così visibile nella vita quotidiana delle persone ma alla lunga la cambiano, in un verso oppure in un altro. Perciò, se si entra in questo imbuto, tra qualche mese, non si pensi di uscirne puntando tutto sulla contro propaganda: i cittadini, nella loro vita quotidiana, quasi non avvertiranno differenze tra destra e sinistra nel corso dei primi cinque anni. L’Emilia-Romagna rimarrà fondamentalmente l’Emilia-Romagna, così come Ferrara è rimasta apparentemente Ferrara e il festival di Internazionale è rimasto al suo posto.

Mentre scrivo è lo stesso Bonaccini a confermare che la sua campagna elettorale verterà su questi due punti, il buongoverno e l’elettorato di destra. Analizzando la sconfitta in Umbria, chiosa infatti la sua riflessione con queste parole: «Ci rivolgeremo anche a chi vota a destra ma può riconoscere che questa Regione è governata bene, meglio del resto del Paese». Le ultime parole sarebbero un incredibile autogol se Bonaccini appartenesse convintamente al Pd (che sta governando in questo momento il Paese) ma invece confermano, anch’esse, la mia tesi iniziale: il modenese non è il candidato del Partito Democratico ma di Italia Viva. Come già successo con Teresa Bellanova e compagnia, la sua candidatura è in qualche modo una farsa alla quale gli elettori delusi dal renzismo non crederanno più.

Bologna è un centro commerciale

Il secondo punto sul quale bisognerebbe riflettere riguarda il rischio di considerare l’avanzata della destra come un processo repentino e quindi imprevedibile. A volerle analizzare le avvisaglie di una sonora sconfitta anche in Emilia-Romagna sono già sotto gli occhi di tutti. Bologna, che nonostante tutto ha dimostrato alle ultime elezioni amministrative di tenere, è una città stanca. 
La giunta Merola ha inanellato una serie di svarioni dei quali prima o poi dovrà pagare il conto. La chiusura dell’XM non pesa sul piatto della bilancia sociale quanto l’approvazione di una legge contro l’omotransfobia. Soprattutto considerato che l’iter della seconda è stato così lungo anche, o forse soprattutto, per le resistenze poste da alcuni esponenti della stessa maggioranza Pd che l’ha approvata.
Puntare principalmente sul turismo ha un unico grande difetto: i turisti per definizione non votano a Bologna.

Transfughi a rate

Ed eccoci. Dopo quindici anni non sono più residente nella città in cui ho studiato e nella quale ho iniziato a lavorare. Di più: in questo momento non tornerei a vivere a Bologna. Spero, e sono convinta, che il mio sia un caso isolato. D’altra parte leggo che il numero di residenti continua, nonostante me, a crescere. Ma nel 2014 non ho votato alle regionali e nel 2016 non ho votato per le amministrative, malgrado la minaccia leghista del secondo turno.
Che dire? Anche io, come gli onorevoli senatori in fuga verso Italia Viva, ho abbandonato il partito a rate. E davvero non so da dove derivi la sicurezza che anche in Emilia-Romagna non si arrivi infine a un grande esodo di massa. Certe volte, come in fondo è successo in Umbria, la tentazione di abbattere l’esistente è più forte della paura di vedere governare qualcun altro. Se sarà questo l’epilogo delle prossime elezioni regionali in Emilia-Romagna, staremo a vederlo. Di sicuro l’impressione più netta che ho percepito nei miei quindici anni bolognesi è che il grande partito erede del Pci sia semplicemente sopravvissuto a questa epoca di mediocri, senza riuscire a cambiarla ma uniformandosi alla mediocrità dominante.

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