Tosa Delprete Mola
tra giornalismo e propaganda

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Due mesi fa scrivevo che il rischio che la sinistra pensasse di ripartire da Lorenzo Tosa era più che mai concreto. E infatti, svoltato l’angolo del 2020, così è stato: non solo la pagina ufficiale del Partito Democratico rilancia i suoi post, ma il responsabile nazionale della comunicazione, Marco Furfaro, ne imita la scrittura sincopata e ad alto tasso di pucci-pucci.

Il metodo Tosa ha fatto proseliti e ormai esiste una vera e propria squadra di comunicatori anti salviniani che ti spiegano le cose come se avessi dieci anni stando bene attenti a dirti sempre e solo quello che vuoi sentirti dire, nel momento esatto in cui ha bisogno di sentirtelo dire. Proprio come Matteo Salvini. 

Affianco al bomber Lorenzo Tosa (quasi 157 mila seguaci), Fabrizio Delprete (sul filo dei 70mila) e Emilio Mola (39mila mi piace). Il tridente d’attacco della formazione antisovranista iscritta al campionato di Facebook è stato in qualche modo ufficializzato da una pagina satirica che ne criticava – abbastanza duramente – la retorica. Più nel dettaglio, La Petalopubblica accusava «i blogger di regime» di utilizzare uno stile «Istituto LVCE 2.0» con la «spocchia di piccoli Gœbbels», definendoli infine «omertosi nazilibtard».

A colpirmi è stata però soprattutto la reazione di Tosa e, al traino, di Delprete. Le loro risposte danno l’esatta misura dell’ingorgo intellettuale nel quale la comunicazione virtuale è incastrata a tutte le latitudini e dimostrano plasticamente, una volta di più, quanto sia scolorita la linea di demarcazione tra fascisti e antifascisti che si fronteggiano sul web.

Ho trovato Delprete assai più violento del post iniziale («miserabili bastardi», «vomito di fogna», «La pagherete male. Malissimo») e ho trovato in entrambi un protagonismo eccessivo: «Non ho paura. Non abbiamo paura», «Sarà una battaglia lunga, durissima, ma non c’è nessuna altra battaglia oggi che abbia più senso combattere». 

A questo proposito ho trovato un commento di Emiliano Rubbi che descrive perfettamente anche il mio punto di vista: «Io credo che tu stia sopravvalutando un po’ il ruolo che tutti noi possiamo avere qui sopra.Non è che se un pirla qualsiasi scrive su una pagina Facebook il tuo nome, questo ti renda un “obiettivo sensibile”.Non hai paura? Fai bene, perché non c’è motivo di avere nessuna paura: quello che hai letto, probabilmente, è il post di uno sfigato che vuole che vinca la Bergonzoni, mica un pizzino di Totò Riina.Rispondigli che è uno sfigato, magari, non la vivere come una taglia sulla tua testa da parte dell’Isis». Aggiungo solo che essendo allergica alla propaganda in ogni sua forma, mi impressionano molto negativamente il riferirsi a se stessi utilizzando il noi e la chiosa di Tosa: «Io ci sono. E voi?». Queste chiamate alle armi tipiche dei capitani di ventura sono manifestazione di ego spropositati che non aiutano affatto a spolarizzare il dibattito pubblico e ricondurlo su un binario civile.

Infine, sollevo – ancora una volta – una questione per me centrale: a parte rincorrersi quotidianamente sugli stessi identici temi e affrontarli con uno stesso tono sensazionalistico, Tosa, Delprete e Mola hanno tutti e tre alle spalle un’esperienza politica e i primi due sono anche giornalisti, iscritti all’albo dei professionisti. Tosa è stato capo ufficio stampa del Movimento Cinque Stelle in Liguria e poi candidato con Pizzarotti alle ultime europee; Delprete è stato da giovanissimo un attivista di Rifondazione Comunista, poi collaboratore dell’assessore alle Politiche Giovanili della Provincia di Taranto, un passaggio alla Sinistra Arcobaleno e l’approdo a SEL; nel 2013 assistente personale dell’onorevole Duranti e poi diretto collaboratore del deputato Michele Piras. Mola invece in un’intervista del 2015 racconta di aver sfiorato, a 22 anni, una candidatura alla Camera, infine – dieci anni dopo – è l’addetto stampa del sindaco di Francavilla Fontana. 

Questo rapporto di vicinanza tra politica e stampa, questo vizio tutto italico del «giornalismo di prossimità», per cui tanto più sei dentro al sistema di potere tanto più sarai in grado di raccontarlo, è l’esatto motivo per cui tutto è comunicazione e niente è informazione. Il motivo per cui anche il giornalismo si avvicina sempre più pericolosamente alla propaganda.

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